Cogito ergo sum

13 Maggio 2005

Cogito ergo sum, disse Descartes alias Cartesio (ma perché Cartesio, poi?).
Io la filosofia non l’ho mai studiata, avendo frequentato un istituto tecnico, ma questa frase l’ho sentita interpretata e spiegata non so dove. Non ricordo bene tutto il ragionamento, ma se non sbaglio il significato è questo: io sono, cioè io esisto, sono reale, perché riesco a pensare di esserlo. Avere capacità cognitive non implica necessariamente l’esistenza, a meno che non ci si renda conto, appunto, di essere reali.
In pratica è una delle classiche robe filosofiche, banalmente ovvie, terribilmente profonde e spaventosamente ricorsive.

Guardatevi intorno. Guardate le persone, anzi la gente. Una massa amorfa di esseri per la maggior parte guidati da una fede cieca in qualcosa, che sia una religione o un partito politico, o una moda o un cantante, non importa: l’importante è seguire qualcuno.
Le eccezioni ci sono, per carità, ma sono poche; chi si salva o è una delle poche persone che esistono o è uno di quelli che viene seguito. Raramente le due cose coincidono.

Farsi trainare è piacevole: non bisogna far niente. E se si va fuori strada non importa, si può dare la colpa a chi trainava, oppure ignorare eventuali delusioni e diventare sempre più ottusi.
Ma quanti, in effetti, pensano ed esistono? Pochi, pochissimi. Purtroppo.

Ci sono orde di persone che seguono qualcosa o qualcuno senza ragionare, come automi, accettando tutto per scontato. Penso ad esempio a chi continua a dire che la seconda guerra del Golfo – per chi non capisce: la guerra in Iraq di Bush junior – sia stata un’ottima idea, a chi disprezza la contraccezione sempre e comunque perché il Papa dice che è peccato, a chi si professa antiamericano perché fa figo, a chi guarda Costantino, a chi si scarica le suonerie pagandole tre euro l’una…
Ho sbagliato a mettere sullo stesso piano le suonerie scaricate e la convinzione che la guerra in Iraq sia giusta? No, secondo me sono allo stesso livello. Anzi, le suonerie e Costantino sono peggio. E adesso vi spiego perché.

Credere che la guerra sia giusta è un’idea; io personalmente non la condivido, ma la accetto. Posso provare a convincere le persone che non sia giusta, ma non posso farla finire. Posso organizzare cortei, posso mostrare il mio disappunto, e questo forse potrebbe, in teoria, far capire a chi l’ha voluta che io (noi) non sono (siamo) d’accordo, ma non sarebbe comunque una cosa diretta, purtroppo. Questo non significa che non si debba mostrare il proprio dissenso, anzi: è sicuramente meglio di non fare niente.
Quando però in televisione passano le pubblicità dei servizi di suonerie e sfondi, la situazione diventa paradossalmente molto più preoccupante, perché mette a nudo, direttamente, la vacuità della gente. Gente che spende uno, due, tre euro per una suoneria o per uno sfondo, peraltro stipulando un abbonamento che prevede l’invio, ogni settimana, di altri sfondi e suonerie, il tutto rigorosamente a pagamento. È questo che c’è scritto in piccolo, spesso al limite tecnico della leggibilità, mentre in grande compaiono pezzi di video e istruzioni su cosa scrivere nel messaggino da spedire al numero di cinque cifre che comincia con quattro. Il fatto che nascano sempre più società che forniscono questo servizio (e che le loro pubblicità siano sempre più frequenti) mi fa pensare che ci sia tanta, tanta gente che spreca i soldi in quel modo, con somma gioia degli operatori che da tutto ciò non hanno che da guadagnarci.
“Ma ognuno spende i soldi come vuole”, lo so che lo state pensando. Ma certo, non mi sognerei mai di venire a fare i conti in tasca a chi vuole spendere tutti quei soldi, ci mancherebbe.
È solo che così si contribuisce a creare un circolo vizioso spaventoso: la gente spende soldi per scaricare le suonerie di canzoni di dubbia validità artistica, alimentando la mitizzazione di gruppi e cantanti di dubbie capacità artistiche allo scopo di sfruttarne l’immagine e la visibilità, in modo tale da ricominciare il ciclo a ogni singolo, facendo crescere sempre più il delirio generale. E spillando soldi alla gente che non si rende conto di quello che fa, ovvero ai minorenni, anzi ai molto minorenni.
Perché, ammettiamolo, la storia delle suonerie è subdolamente mirata ai ragazzini (alla faccia del “vietato ai minori di anni 18″ che compare tra le tante scrittine minuscole), che vogliono la suoneria della canzoncina di Eminem e non si rendono conto che con quel messaggino non si comprano la versione ridotta di un pezzettino della canzoncina di Eminem, ma si abbonano a qualcosa di allucinante. Le scrittine in piccolo non le leggono gli adulti, figuriamoci un ragazzino. Che gliene frega, lui vuole la canzoncina di Eminem per farsi il fighetto con gli amichetti e basta, dategli Eminem e poi si vedrà. Dopo una settimana gli sono arrivate altre tre “hit del momento” o come diamine si chiamano nel linguaggio del marketing, e il nostro baldo giovine va dalla mamma e le comunica che, non si sa come, sono finiti i soldi. Hai chiamato qualcuno? No! Hai mandato troppi messaggi? No! E che sarà mai? Magari passano settimane (a botte di 10-15 euro alla settimana) prima di rendersi conto: ma non è che…
A quel punto però l’impavido eroe sarà diventato drogato di suonerie, forse ci rinuncerà ma lo farà con molta fatica, e nel frattempo al posto dei 3 euro ne avrà spesi 30. Vale a dire dieci volte tanto.

Che poi, a dirla tutta, ormai non è raro incappare in ragazzini di otto o nove anni col cellulare. Ma che diavolo ci devi fare? I tuoi compagni li vedi tutti i giorni, perché devi mandargli degli sms? Se devi sentirli chiamali a casa da caso, non spendete niente in confronto e potete parlare come persone normali, non usando abbreviazioni da voltastomaco.

“Asp 1att, c sent dp”. Significa “aspetta un attimo, ci sentiamo dopo”. In quale lingua non lo so.
Io odio chi scrive così. Lo odio. Lo impalerei nella tipografia dove stampano il Garzanti. Non si capisce niente, si fa una fatica immane a decifrare che diamine c’è scritto, e quando gli chiedi perché scrivono così ti dànno risposte che ti fanno solo cambiare opinione su come usare il suddetto palo.

C’è chi ti dice che “così si spende meno”. A queste persone vorrei ricordare che gli sms si pagano sempre uguale a prescindere da quanto siano pieni o vuoti. Un sms da 5 caratteri costa come un sms da 160 caratteri. Quindi l’argomentazione non ha senso.
C’è chi ti dice che “è figo”. A queste persone vorrei ricordare che l’unico che trova figo un modo di scrivere da deficiente è un altro deficiente.
C’è chi ti dice che “6 vekkio tu ke nn lo kapisci”. Forse, ma intanto io avevo 8 in italiano e penso di cavarmela ancora benino. Se non altro mi faccio capire da chiunque.
Ma la cosa più bella è quando trovi chi ti risponde che “si fa prima”. Si fa prima? Nel 2005? Con il T9? Un esempio su tutti: “nn”.

Io ho un Nokia 6600. Con il T9, per scrivere “non” devo premere tre tasti, senza T9 devo premerne sette. Per scrivere “nn”, con il T9 devo premere cinque tasti (tre volte l’asterisco per ottenere “nn”), senza T9 devo premerne quattro (due volte 6, aspettare, due volte 6). Ci si mette comunque più tempo e/o si fa più fatica, e si risparmia un solo carattere. Complimenti! E più si usano parole particolari, più questo divario aumenta; senza considerare che le “parole normali”, senza T9, richiedono molto più tempo.

La cosa tragica è che questa strana lingua ha invaso anche internet, in chat è tutto un delirio di k, di nn, di numeri infilati nelle parole e di altre oscenità. Ma perché? Su internet che cosa risparmi? Che cosa velocizzi? Che c’è di figo?
Posso capire le abbreviazioni propriamente dette, per esempio “cmq” al posto di “comunque”: quello abbrevia, e spesso lo uso anch’io. Ma “nn” al posto di “non” mi sembra semplicemente da deficienti.
La conseguenza principale è che si perde la conoscenza dell’italiano. Tanta, troppa gente già scrive “un’altro” con l’apostrofo, “un pò” con l’accento… non pretendo che si scriva “perché” con l’accento acuto, ma almeno le basi… scrivere in quel modo non fa che peggiorare queste lacune, visto che le persone si convincono del fatto che scrivere bene non sia importante. Tanto si capisce lo stesso…

Si diffonde l’apprezzamento della mediocrità, il culto del “basta che funziona, anche se la perfezione è molto lontana”.
Si è perso il piacere delle cose che un senso ce l’hanno, che siano al tempo stesso belle e funzionali.

Le pubblicità scadono nella banalità e nella volgarità ogni giorno di più. Un esempio su tutti: sono anni che lo spot di un thé freddo ricorre a un esplicito riferimento al sesso (“Anto’, fa caldo”).

E Costantino? Ormai è un divo, una celebrità, fa le serate, sta in televisione, se lo contendono tutti. Mi sfugge solo una cosa: chi è, cosa fa, perché è famoso? È un bel ragazzo? Può darsi, ma ce ne sono a milioni di ragazzi con gli occhi azzurri e i capelli neri. Eppure lui è famoso e gli altri no. Perché?
Perché è un personaggio finto! Sveglia, bimbe belle! È costruito a tavolino, probabilmente è anche di un’ignoranza mostruosa, e serve soltanto a guadagnare sulla vostra pelle! Siete voi che pagate per entrare in una discoteca dove c’è lui, siete voi che pagate per comprare i prodotti che pubblicizza lui, siete voi che urlate e vi strappate i capelli per lui. Ma lui, a voi, non vi si fila nemmeno, non sa nemmeno chi siete e non gliene potrebbe fregare di meno.
È normale avere degli idoli, sognare di passare una vita con loro e chissà che. Anche a me piaceva da morire Tiffani-Amber Thiessen, la Valerie di Beverly Hills 90210. Ma avevo otto anni, per diana! Non è pensabile che una giovane donna di sedici anni (o più, purtroppo) creda davvero che Costantino possa pensare a lei. Oddio, in teoria potrebbe anche capitare, ma visto che Costantino è un personaggio finto e deve seguire un copione, non succederà mai.

Cogito ergo sum, disse il nostro Descartes alias Cartesio, e mentre cerco di capire perché in italiano l’hanno chiamato Cartesio, mi viene in mente quello che disse una volta un mio compagno di classe: “ci sono due tipi di persone al mondo: chi usa l’ossigeno e chi lo spreca”.