Aiutiamo l’Africa

28 Ottobre 2005

L’associazione umanitaria internazionale AMREF ha fatto e fa tanto per aiutare l’Africa, ma c’è bisogno dell’aiuto di tutti coloro che hanno fiducia nel futuro di quel continente.
AMREF sostiene molti progetti per la costruzione di scuole, di pozzi, di ospedali; finanzia la formazione di bambini e di medici; aiuta a fare in modo che le ricchezze africane vengano distribuite meglio e che il continente possa svilupparsi al meglio. Il senso di AMREF è proprio quello: dare all’Africa la possibilità di svilupparsi dall’interno; non a caso, uno dei suoi slogan è “il futuro dell’Africa è nero”.

Sarebbe bello se raccogliessimo dei fondi per fare un regalo all’Africa.
Con 500 euro si costruisce un servizio igienico, con 2500 euro si costruisce un pozzo, con 4000 euro si costruisce un’aula, con 5000 euro si costruisce una cisterna d’acqua di quarantamila (40000) litri, con 8000 euro si costruisce un intero fabbricato con due aule, tetto e grondaie per raccogliere l’acqua piovana.

Aiutiamoli. Su amref.it trovate come effettuare le donazioni, che sono anche interamente detraibili dalle tasse. Anche pochi euro aiutano molto.

Basta poco, che ce vo?


Blog, diari e pensieri

27 Ottobre 2005

La parola “blog” nasce nel dicembre 1997 dalla penna di un certo Jorn Barger, che decide di coniare un termine per i siti aggiornati di frequente: il giornale di bordo, nel linguaggio marittimo anglofono, si chiama “log”. Ne deriva che un sito web aggiornato spesso con delle notizie è un “web log”, in breve “blog”. Adesso la smetto con le virgolette, sono fastidiose anche per me, e se qualcuno si permette di fare quel gesto con le mani quando si citano le virgolette mi arrabbio. (Per la cronaca, io quel gesto lo chiamo “bugs bunny” – ecco, altre virgolette, maledizione – perché mi ricorda le orecchie di un coniglio.)

In realtà il concetto di blog non è una novità. Internet, da che web è web, di blog è sempre stata piena. Quello che ha fatto tale Jorn Barger è stato definire in maniera più precisa cos’è esattamente un blog. E allora vediamo cos’è comunemente considerato un blog e cosa non lo è:
- il sito deve essere dinamico, gestito da un software che semplifica l’aggiornamento da parte degli autori
- il sito deve essere orientato più al testo che alle immagini
- il sito deve essere aggiornato più o meno regolarmente (la prerogativa del blog è la dinamicità non solo in senso software ma anche come contenuti.

Esistono anche altri fattori, che però non costituiscono conditio sine qua non (perdonatemi, ho frequentato l’ITIS e non so quale sia il plurale di conditio):
- i visitatori devono poter lasciare commenti e/o trackback e/o pingback
- i visitatori devono poter usufruire di un feed RSS per i propri aggregatori

L’insieme di tutti i blog del mondo si chiama blogosfera, parola che evoca visioni poetiche della nostra Terra, romantico puntino azzurro in un universo tendenzialmente nero, scuro, soffocante. Io penso a blogosfera e mi viene in mente la sensazione di pace euforica che si prova nel vedere la Terra dalla stazione spaziale internazionale.

In realtà, la blogosfera è qualcosa di molto più terrestre ma ugualmente misterioso.
Che cos’è che fa sì che il mio blog faccia parte della blogosfera? Dipende forse dal fatto che il mio blog viene indicizzato, attraverso dei tag rdf nascosti, da alcuni servizi appositi? Dipende dal fatto che qualcuno ha messo questo blog tra i link sul suo blog? Dipende dal fatto che i miei visitatori mi lasciano commenti e trackback?

Tralasciando questa questione tecnico-utopistica, vorrei concentrarmi su qualcosa di molto più concreto.
Il blog, per certi versi, è un sistema di comunicazione che permette di parlare al vento: tu dici qualcosa, il vento si fa messaggero delle tue parole, ma non sai se e quante persone le sentiranno. In questo senso il blog non è molto diverso da altre tecnologie più vecchie, come ad esempio Usenet, e anche se in teoria sarebbe possibile verificare quante visite riceve il sito su cui vive un blog, non si ha la certezza matematica del numero di visitatori. Il motivo è semplice: sul web non ci sono solo gli esseri umani. Esistono i robot: ragni dei motori di ricerca, spammer in cerca di indirizzi email da bombardare, spammer in cerca di nomi e cognomi da impersonare, spammer in cerca di blog insicuri su cui vomitare centinaia di link commerciali nei commenti… sì insomma, più che altro ci sono molti spammer. Tutto questo rende decisamente inaffidabile i vari sistemi di statistiche web, dato che non è possibile distinguere a priori un vero lettore da un utente che ha cliccato un link per sbaglio (e da un robot).
Alla luce di questo, possiamo affermare che chi ha un blog non sa quante persone leggono quello che scrive.

Tuttavia un blog è, per naturale associazione mentale, anche un diario. Certo, esistono molti blog di professionisti che parlano del loro lavoro, o blog di giornalisti, o blog di programmatori che informano gli utenti delle novità relative ai loro software preferiti, o paladini della giustizia che raccontano ai concittadini la verità (penso a Grillo e a Luttazzi).
Ma per la maggior parte di noi, volenti o nolenti, un blog è un diario. Non perché non siamo in grado di scrivere cose serie – Flusso di coscienza è un mio tentativo di scrivere qualcosa di serio e razionale – ma perché semplicemente c’è già chi lo fa.
E allora noi, nel nostro piccolo, cominciamo a scrivere un diario.

Un diario serioso, come fanno alcuni. O un diario istintivo, come fanno altri. O un diario raccontato attraverso scarabocchi tracciati su un bloc notes qualunque e religiosamente dati in pasto a uno scanner ogni giorno. O attraverso dei log di irc. O attraverso delle poesie. O delle citazioni.
Non importa la forma, ciò che conta è che in fin dei conti per molti di noi il blog è un diario. Un diario personale, intimo, ma brutalmente violato da un numero potenzialmente infinito di persone che non ci conoscono, che non sanno chi siamo, ma che si godono ogni goccia di quel nettare falsamente proibito che sono i fatti nostri.
Non è colpa loro, siamo noi che glieli facciamo leggere. Ma non è neppure colpa nostra, perché noi scriviamo su un blog come se fosse un diario, cerchiamo di analizzare noi stessi e forse lo facciamo anche nella speranza che qualcun altro ci analizzi e ci lasci un commento che dice “so cosa vuoi dire”, per sentirci meno soli nelle nostre paure e nel nostro mondo.

Sbircio alcuni blog su livejournal, per lo più di ragazze della mia età. Molte scrivono senza problemi di qualsiasi cosa, magari postano delle loro foto con gli amici.
Sono blog tutti diversi ma anche tutti molto simili, il cui filo conduttore è quello di essere ascoltati da qualcuno.
Alcuni utenti livejournal scrivono i post “friends only”, cioè leggibili solo per gli utenti che loro hanno indicato come loro amici, come se volessero proteggere i loro pensieri dalla massa, pur dando la possibilità ad alcune persone fidate di accedervi.

Penso che questo sia un punto di forza delle community di questo genere, la possibilità di creare una rete sociale virtuale con vari livelli di privilegio. Io se scrivo su un blog come questo, basato su WordPress, posso proteggere ogni post con una password diversa, ma non posso fare altro. Anche se potessi, i miei lettori dovrebbero registrarsi al mio blog, su cui peraltro non possono scrivere. E quanti si registrerebbero per leggere quello che scrivo io? Probabilmente nessuno… e infatti la maggior parte delle persone preferisce scrivere per tutti piuttosto che per pochissimi.
La via di mezzo, purtroppo, non c’è… e l’unica alternativa è limitarsi un po’, porre un freno all’uso del blog come diario. È quello che io faccio sul mio blog personale: sono mesi, ormai, che non scrivo più cose di me. Mi limito a postare dei pezzi log di irc o di aim, dei versi di canzoni, di poesie. A volte scrivo il mio punto di vista sul mondo (ma ora uso questo blog per quello, e questo post ne è l’esempio), ma lo faccio in maniera il più possibile asettica, senza lasciarmi andare troppo.

Perché, tutto sommato, voglio che qualcuno capisca le mie sensazioni, ma voglio che si dia da fare e legga tra le righe.


Cellulari pettegoli

22 Ottobre 2005

Oggi è finita sulla homepage di Repubblica la notizia che la maggior parte delle stampanti laser a colori aggiunge, a ogni singolo foglio stampato, una sorta di “impronta digitale” (watermark) che contiene la data e l’ora di stampa, nonché il numero di serie della stampante stessa. Ovviamente, se la stampante è stata registrata (com’è prassi) dopo l’acquisto, è possibile sapere chi ha stampato un dato documento semplicemente confrontando il numero di serie della stampante.

La notizia, in realtà, gira da giorni. Chi segue SlashDot ne era già a conoscenza e probabilmente aveva già spulciato le pagine della Electronic Frontier Foundation sull’argomento.

Non voglio aggiungere alcunché sulla questione stampanti, se non che la palese violazione della privacy va a colpire principalmente le aziende, visto che difficilmente un privato comprerà una stampante laser a colori. Le laser in bianco e nero, infatti, sembrano immuni da questo watermarking selvaggio. Del resto le banconote, tanto per fare un esempio, sono a colori…
Vorrei tuttavia ricordare ai miei lettori che oltre un anno fa si scoprì come molti scanner si rifiutavano di effettuare scansioni delle banconote, un’altra palese quanto stupida limitazione della privacy e del “giusto uso” di attrezzatura (lo scanner, in questo caso, che gli utenti comprano con moneta sonante senza sapere che esistono funzioni non documentate che ne limitano l’utilizzo.
Per i dettagli potete leggere questo articolo di Paolo Attivissimo, che contiene anche molti link di riferimento per approfondire la questione.

Mi piacerebbe invece soffermarmi sull’ultima frase dell’articolo di Repubblica:

La richiesta reclama una semplice risposta ad un altrettanto semplice domanda: quanti sono i dispositivi tecnologici che possono spiare le nostre abitudini di tutti i giorni?

La risposta è semplice: molti. E ce n’è uno, in particolare, che permette di tracciare i nostri movimenti dovunque siamo: il cellulare.

Supponiamo che un certo signor Ulisse – il nome è di fantasia – dica alla moglie Penelope – il nome è sempre di fantasia – che stasera farà tardi perché in ufficio ci sono delle pratiche urgenti da sbrigare. In realtà Ulisse esce dall’ufficio alla solita ora, ma va al bocciodromo per allenarsi in vista del torneo intercondominiale.
Durante l’allenamento Penelope lo chiama per chiedergli di comprare delle mele visto che lei sta lavando le tende, ma Ulisse risponde che è ancora al lavoro e non sa se tornerà in tempo per trovare i negozi aperti. Penelope sospira e va lei a comprarle, lasciando le tende a mollo.

Ora, quando Penelope ha composto il numero di telefono di Ulisse, la chiamata ha percorso un tratto di linea telefonica “fissa” (ma sarebbe più opportuno dire “cablata”), ha raggiunto un ripetitore di telefonia mobile e da lì è stato trasmesso a un altro ripetitore che poi lo ha ritrasmesso a un altro ripetitore e così via. Alla fine, un certo ripetitore si è accorto che il telefono di destinazione si trovava all’interno della “sua” zona, e gli ha inviato lo squillo.
(In realtà, la procedura è resa più complessa dalla presenza di un sistema di cifratura e dal fatto che la comunicazione fisica avviene tenendo conto dell’IMEI del telefono piuttosto che del numero, ma per semplicità possiamo prendere per buono quello che ho scritto in questo paragrafo.)

I lettori più attenti si saranno resi conto dell’inghippo: se c’è una comunicazione bidirezionale tra telefono e ripetitore, il ripetitore conosce la posizione esatta del cellulare associato col numero telefonico in questione. E ovviamente, se lo sa il ripetitore, può saperlo anche la compagnia telefonica… e quindi, in teoria, potrebbe saperlo chiunque.
Ricordo che sette o otto anni fa era possibile attivare sui telefoni Nokia un menù di diagnostica, usato dai centri di assistenza per verificare il corretto funzionamento di ogni parte del telefono. Sul mio 6110 la più interessante delle schermate di questo menù era quella relativa alla comunicazione con la rete: in tempo reale venivano aggiornati valori più o meno criptici che indicavano il codice interno dell’operatore telefonico utilizzato, l’intensità esatta del segnale… nonché la distanza dal ripetitore da cui si riceveva il segnale più forte. Certo, questa distanza era comunque il risultato di una stima, ma aveva uno scarto molto basso, dell’ordine di una decina di metri. Una precisione del genere è più che sufficiente per tracciare la posizione di un cellulare, e se la nostra Penelope avesse avuto a disposizione gli strumenti adatti avrebbe scoperto che Ulisse non era in ufficio…
Il fatto che noi comuni mortali non abbiamo a disposizione le attrezzature necessarie per conoscere la posizione di un cellulare qualsiasi non significa che non sia possibile, e in effetti una soluzione del genere è stata proposta nel Missouri, come riporta questo breve articolo su Slashdot.

Forse qualcuno si sta chiedendo come sia possibile conoscere la posizione di un apparecchio radio. Si tratta di una principio molto semplice, che è anche usato ad esempio dai sonar delle navi: un suono (che altro non è che un’onda radio) viene inviato sott’acqua, e un microfono ne intercetta l’eco. Conoscendo la velocità di propagazione delle onde in questione nel fluido, in questo acqua salata, è possibile stimare la profondità – che altro non è che la distanza tra la nave e il fondo – moltiplicando la velocità per il tempo impiegato.
Lo stesso principio è perfettamente applicabile ai cellulari, ma non – ad esempio – alle trasmissioni radiotelevisive. Questo perché è necessario che il destinatario rispedisca il segnale al mittente, ed è palese che le radio e i televisori possono soltanto ricevere. Non a caso la tanto decantata interattività del digitale terrestre avviene per telefono…

Insomma, attenti ai cellulari. Se non volete essere rintracciati, non limitatevi a non risponderli: spegneteli del tutto, perché i cellulari parlano anche quando sembra che stiano zitti.


Bentornati!

22 Ottobre 2005

Flusso di coscienza rinasce ufficialmente oggi, dopo mesi di silenzio. Ora questo blog è solo mio, e cercherò di scrivere con cadenza più o meno costante.
Dirò il mio punto di vista su quello che succede nel mondo, e proverò a scrivere – se possibile – anche cose di pubblica utilità (ma non contateci troppo, c’è già chi lo fa molto meglio di me, vedi Beppe Grillo e Daniele Luttazzi).

Siete ovviamente invitati ad aggiungere il feed RSS di Flusso di coscienza tra i feed indicizzati dai vostri aggregatori. Se non avete idea di cosa significhi la frase precedente, siete invitati a tornare spesso sul blog. In ogni caso, siete anche molto invitati a servirvi dagli sponsor (vedi barra a destra) per ovvi motivi. Come se non bastasse, siete anche invitati a commentare e a dire la vostra su ogni post: i blog servono a questo. (E magari aggiungetemi nei link dei vostri blog…!)

Buona lettura!