La parola “blog” nasce nel dicembre 1997 dalla penna di un certo Jorn Barger, che decide di coniare un termine per i siti aggiornati di frequente: il giornale di bordo, nel linguaggio marittimo anglofono, si chiama “log”. Ne deriva che un sito web aggiornato spesso con delle notizie è un “web log”, in breve “blog”. Adesso la smetto con le virgolette, sono fastidiose anche per me, e se qualcuno si permette di fare quel gesto con le mani quando si citano le virgolette mi arrabbio. (Per la cronaca, io quel gesto lo chiamo “bugs bunny” – ecco, altre virgolette, maledizione – perché mi ricorda le orecchie di un coniglio.)
In realtà il concetto di blog non è una novità. Internet, da che web è web, di blog è sempre stata piena. Quello che ha fatto tale Jorn Barger è stato definire in maniera più precisa cos’è esattamente un blog. E allora vediamo cos’è comunemente considerato un blog e cosa non lo è:
- il sito deve essere dinamico, gestito da un software che semplifica l’aggiornamento da parte degli autori
- il sito deve essere orientato più al testo che alle immagini
- il sito deve essere aggiornato più o meno regolarmente (la prerogativa del blog è la dinamicità non solo in senso software ma anche come contenuti.
Esistono anche altri fattori, che però non costituiscono conditio sine qua non (perdonatemi, ho frequentato l’ITIS e non so quale sia il plurale di conditio):
- i visitatori devono poter lasciare commenti e/o trackback e/o pingback
- i visitatori devono poter usufruire di un feed RSS per i propri aggregatori
L’insieme di tutti i blog del mondo si chiama blogosfera, parola che evoca visioni poetiche della nostra Terra, romantico puntino azzurro in un universo tendenzialmente nero, scuro, soffocante. Io penso a blogosfera e mi viene in mente la sensazione di pace euforica che si prova nel vedere la Terra dalla stazione spaziale internazionale.
In realtà, la blogosfera è qualcosa di molto più terrestre ma ugualmente misterioso.
Che cos’è che fa sì che il mio blog faccia parte della blogosfera? Dipende forse dal fatto che il mio blog viene indicizzato, attraverso dei tag rdf nascosti, da alcuni servizi appositi? Dipende dal fatto che qualcuno ha messo questo blog tra i link sul suo blog? Dipende dal fatto che i miei visitatori mi lasciano commenti e trackback?
Tralasciando questa questione tecnico-utopistica, vorrei concentrarmi su qualcosa di molto più concreto.
Il blog, per certi versi, è un sistema di comunicazione che permette di parlare al vento: tu dici qualcosa, il vento si fa messaggero delle tue parole, ma non sai se e quante persone le sentiranno. In questo senso il blog non è molto diverso da altre tecnologie più vecchie, come ad esempio Usenet, e anche se in teoria sarebbe possibile verificare quante visite riceve il sito su cui vive un blog, non si ha la certezza matematica del numero di visitatori. Il motivo è semplice: sul web non ci sono solo gli esseri umani. Esistono i robot: ragni dei motori di ricerca, spammer in cerca di indirizzi email da bombardare, spammer in cerca di nomi e cognomi da impersonare, spammer in cerca di blog insicuri su cui vomitare centinaia di link commerciali nei commenti… sì insomma, più che altro ci sono molti spammer. Tutto questo rende decisamente inaffidabile i vari sistemi di statistiche web, dato che non è possibile distinguere a priori un vero lettore da un utente che ha cliccato un link per sbaglio (e da un robot).
Alla luce di questo, possiamo affermare che chi ha un blog non sa quante persone leggono quello che scrive.
Tuttavia un blog è, per naturale associazione mentale, anche un diario. Certo, esistono molti blog di professionisti che parlano del loro lavoro, o blog di giornalisti, o blog di programmatori che informano gli utenti delle novità relative ai loro software preferiti, o paladini della giustizia che raccontano ai concittadini la verità (penso a Grillo e a Luttazzi).
Ma per la maggior parte di noi, volenti o nolenti, un blog è un diario. Non perché non siamo in grado di scrivere cose serie – Flusso di coscienza è un mio tentativo di scrivere qualcosa di serio e razionale – ma perché semplicemente c’è già chi lo fa.
E allora noi, nel nostro piccolo, cominciamo a scrivere un diario.
Un diario serioso, come fanno alcuni. O un diario istintivo, come fanno altri. O un diario raccontato attraverso scarabocchi tracciati su un bloc notes qualunque e religiosamente dati in pasto a uno scanner ogni giorno. O attraverso dei log di irc. O attraverso delle poesie. O delle citazioni.
Non importa la forma, ciò che conta è che in fin dei conti per molti di noi il blog è un diario. Un diario personale, intimo, ma brutalmente violato da un numero potenzialmente infinito di persone che non ci conoscono, che non sanno chi siamo, ma che si godono ogni goccia di quel nettare falsamente proibito che sono i fatti nostri.
Non è colpa loro, siamo noi che glieli facciamo leggere. Ma non è neppure colpa nostra, perché noi scriviamo su un blog come se fosse un diario, cerchiamo di analizzare noi stessi e forse lo facciamo anche nella speranza che qualcun altro ci analizzi e ci lasci un commento che dice “so cosa vuoi dire”, per sentirci meno soli nelle nostre paure e nel nostro mondo.
Sbircio alcuni blog su livejournal, per lo più di ragazze della mia età. Molte scrivono senza problemi di qualsiasi cosa, magari postano delle loro foto con gli amici.
Sono blog tutti diversi ma anche tutti molto simili, il cui filo conduttore è quello di essere ascoltati da qualcuno.
Alcuni utenti livejournal scrivono i post “friends only”, cioè leggibili solo per gli utenti che loro hanno indicato come loro amici, come se volessero proteggere i loro pensieri dalla massa, pur dando la possibilità ad alcune persone fidate di accedervi.
Penso che questo sia un punto di forza delle community di questo genere, la possibilità di creare una rete sociale virtuale con vari livelli di privilegio. Io se scrivo su un blog come questo, basato su WordPress, posso proteggere ogni post con una password diversa, ma non posso fare altro. Anche se potessi, i miei lettori dovrebbero registrarsi al mio blog, su cui peraltro non possono scrivere. E quanti si registrerebbero per leggere quello che scrivo io? Probabilmente nessuno… e infatti la maggior parte delle persone preferisce scrivere per tutti piuttosto che per pochissimi.
La via di mezzo, purtroppo, non c’è… e l’unica alternativa è limitarsi un po’, porre un freno all’uso del blog come diario. È quello che io faccio sul mio blog personale: sono mesi, ormai, che non scrivo più cose di me. Mi limito a postare dei pezzi log di irc o di aim, dei versi di canzoni, di poesie. A volte scrivo il mio punto di vista sul mondo (ma ora uso questo blog per quello, e questo post ne è l’esempio), ma lo faccio in maniera il più possibile asettica, senza lasciarmi andare troppo.
Perché, tutto sommato, voglio che qualcuno capisca le mie sensazioni, ma voglio che si dia da fare e legga tra le righe.