Brutti voti

30 Dicembre 2005

Il tredicenne mio omonimo che era scappato di casa è tornato dai suoi genitori.
Il motivo della sua fuga? Paura dei genitori per via dei brutti voti presi a scuola.

Motivazione futile? Io credo di no.

Ovviamente, non conoscendo la situazione scolastica e familiare di questo ragazzo, non posso parlare del fatto specifico, ma avendo concluso le superiori nel 2003 posso raccontare quello che ho visto io.

Personalmente sono andato sempre piuttosto bene a scuola, eccezion fatta per un declino negli ultimi anni in alcune materie (in particolare matematica), con l’occasionale brutto voto in altre materie a causa di interrogazioni a caso o, semplicemente, perché non avevo studiato.

Il problema di fondo non è il brutto voto in sé, quanto il rapporto che i genitori hanno con la scuola, in particolare dopo il termine della scuola dell’obbligo. Diciamocelo: se alle medie vai male, i tuoi genitori vengono avvertiti dai professori o dal preside, e lo vengono a sapere da loro.
Alle superiori tutto questo non esiste più, i genitori vengono chiamati solo in casi gravissimi (l’unica volta che la madre di un mio compagno delle superiori venne chiamata dalla scuola fu quando i professori cominciarono a chiedersi se si fosse ritirato, visto che non si vedeva da tre mesi) e, in generale, vedono i professori due volte all’anno, durante l’incontro pomeridiano quadrimestrale – ammesso che possano andarci. Il veicolo di informazioni su di te tra te e la scuola sei tu, e se la notizia è brutta (per esempio per un brutto voto) la cosa diventa complicata.
Certo, visto da fuori è tutto più semplice. Anche a me ora sembra semplice dire a qualcuno “ma dai, diglielo, i tuoi al massimo si arrabbiano ma poi gli passa”, ma non funziona così. Perché lo studente che deve dire ai suoi che ha preso un brutto voto a scuola non lo fa né da fuori né per conto terzi. È un peso.

Alle superiori, dicevo, i genitori perdono quel contatto con la scuola che c’è fino alle medie. Lo studente che passa dalla scuola media – ambiente in cui è guidato, seguito, coccolato – alle superiori si sente un po’ come Siddharta quando riesce a fuggire dal “reality show” che aveva organizzato suo padre affinché non vedesse che il mondo in realtà fa schifo. Shock. Puro shock.
Io il primo giorno delle superiori me lo ricordo bene. Ero con un amico e avevamo sentito che dovevamo raggiungere l’aula magna, e non riuscivamo a trovarla. Per trovare tutte le aule (nella mia scuola le classi si spostavano quasi a ogni ora) e imparare dov’erano ci sono serviti mesi.

Alle superiori la scuola ti considera un adulto. Devi essere capace di sbrigartela da solo, pochi professori ti offrono la possibilità di riparare, molti non si fanno problemi nell’appiopparti un compito in classe nella famigerata “settimana della morte”, quella che chiude un quadrimestre in cui TUTTI i prof si ricordano che hanno bisogno di altri voti e non si rendono conto che non è umanamente possibile fare tre compiti in classe nello stesso giorno, e così via.

E alle superiori la scuola prevede che sia tu a dare le notizie ai tuoi. Belle e brutte. Soprattutto brutte.
Ma dire a un genitore “ho preso 4 al compito di matematica” non è proprio uguale a un insegnante che dice “in questo compito ha preso 4, secondo me dovrebbe…”.
Dirlo per se stessi è molto più brutale, ti espone. Non sai mai la reazione.
Di solito i genitori si arrabbiano, perché non sanno come funziona dentro la scuola.

Io sapevo che se prendevi 5 in un’interrogazione di storia la nostra prof di storia cercava di trovare un buco per interrogarti di nuovo e fartelo recuperare. Io sapevo che se prendevi 2 in un’interrogazione di calcolo era probabilmente perché la prof di calcolo aveva fatto la bastarda, chiamando a sorpresa o valutando su cose non ancora fatte.
Ma un genitore che ne sa? Glielo devi dire tu prima del fattaccio? “Quella prof è stronza, lo dicono tutti”? Come fa un genitore a sapere che se un giorno fai filone [non vai a scuola] non succede niente di grave? Glielo devi dire tu? E se i genitori pensano che tu stia dicendo queste cose solo per pararti il didietro?
No, non gliele puoi dire tu, non sempre. Né loro le possono sapere, perché forse non se lo ricordano, perché forse le superiori non le hanno fatte e perché forse la scuola è cambiata tantissimo negli ultimi anni.

E ti ritrovi con queste situazioni. Non dici che hai preso un brutto voto, non dici che hai preso un altro brutto voto, non dici che hai preso un altro brutto voto ancora. Poi ti danno il pagellino che devi riportare firmato e non sai che fare, ti viene in mente che forse era meglio dirglieli singolarmente piuttosto che fargli vedere un foglio in cui si dice che in una, due, tre, quattro materie sei “gravemente insufficiente”.

Perché il problema è anche quello, i genitori sono tendenzialmente pessimisti. Penso faccia parte del loro naturale desiderio che i figli abbiano il meglio, ma per loro un pagellino che dice che vai benone in sei materie e male in una è un pagellino disastroso.
E a nulla serve spiegare che se resta così al massimo l’anno prossimo hai il debito formativo in quella materia e non è la fine del mondo, che in quella materia vanno male tutti (“a noi interessa che vada bene tu, degli altri non ce ne importa niente”), che se hai quel voto è soltanto perché due giorni prima t’ha interrogato e tu eri impreparato. È tutto inutile. Per loro quel brutto voto sul pagellino – che non è nemmeno una cosa ufficiale, ma faglielo capire – tu perdi l’anno.
E un figlio che perde l’anno per loro è un fallimento. Si sentono falliti loro più dei figli. Se ne vergognano, praticamente.

Ma al di là di questo catastrofismo – che tende alla depressione quindi non è pericoloso nell’immediato – c’è anche la possibilità che il genitore reagisca con rabbia. E quella è molto pericolosa, perché psicologicamente per lo studente è massacrante: non solo ha preso dei brutti voti (per colpa propria o del contesto non è importante), non solo si è preoccupato per giorni prima di dirlo ai suoi, ma si deve pure prendere un rimprovero senza pietà, o addirittura delle botte.
E la conseguenza qual è? Che il ragazzo prende e va via di casa, o lascia la scuola, o si suicida. Estremo? No, è successo qualche anno fa. Le reazioni probabilmente sono state di sgomento e di commiserazione, per la serie “è stato stupido a uccidersi per una cavolata del genere”.
Certo, è una cavolata. Da fuori. E torniamo alla questione iniziale.

A mio modestissimo avviso, e lo dico da ventunenne che ha finito le superiori qualche anno fa, i genitori dovrebbero rendersi conto che la scuola non è solo il voto, anche se quella è l’unica cosa che vedono. Dovrebbero avere un atteggiamento più aperto su quella che, per i figli, è l’attività principale. Se i ragazzi non parlano coi genitori di quello che succede a scuola (nel bene e nel male) è perché pensano che sarebbe inutile, che non sarebbero compresi.
Gli studenti devono spiegare ai genitori che anche se la scuola considera i voti prima ancora che le conoscenze (il mantra purtroppo sembra essere “cercare di finire il programma, poi che gli studenti sappiano le cose o meno non è molto importante”), c’è tutto un universo che loro – i genitori – non riescono a vedere.

Un universo che è difficile da spiegare e che è troppo facile da dimenticare quando si ha in mano il pezzo di carta.


Occhio al Lotto (meta)

23 Dicembre 2005

Se volete leggere tutti gli articoli della serie “Occhio al Lotto” ordinati dal più vecchio al più recente, potete seguire questo link.


Occhio al Lotto 9/9

23 Dicembre 2005

[La maggior parte del testo di questo ultimo articolo proviene da un interessante testo di Antonio Vecchia, pubblicato sul suo sito Cose di Scienza.]

 

I guadagni dello Stato

Si stima che nel 2000 gli italiani abbiano fatto incassare allo Stato circa 45 mila miliardi di lire (oltre 23 miliardi di euro) attraverso i giochi a premi.
Poiché dall’analisi dei regolamenti dei vari giochi si ricava che i premi pagati ai vincitori sono mediamente inferiori alla metà degli incassi lordi, si desume che le somme realmente perse dagli scommettitori nel 2000 siano state di circa 25 mila miliardi di lire (circa 13 miliardi di euro).
Da ciò deriva che ogni giocatore in un solo anno ha versato nelle casse dello Stato in media più di 800.000 lire (circa 413 euro), ovvero quasi 70 mila lire al mese (circa 36 euro).
Questi valori sono ovviamente delle medie, poiché ci sono giocatori che giocano una schedina alla settimana e altri che invece spendono oltre 50 euro alla settimana.

 

Una tassa volontaria

A ben pensarci i soldi persi nei giochi autorizzati dallo Stato sono una tassa occulta che molti cittadini versano volontariamente e che se il governo imponesse con un provvedimento legislativo causerebbe forti critiche e disappunto fra i contribuenti che si ritengono già eccessivamente tartassati dal fisco.
La pratica di istituire le lotterie di Stato per aumentare le entrate fiscali ha una storia lunga che trova la sua origine nella Roma imperiale. Oggi il ricorso alle lotterie statali è uno dei sistemi più comodi per fare accettare un’imposta che gli appassionati del gioco si mostrano pronti a pagare perfino a costo di sottoporsi a lunghe code.

Se poi ai giochi legali si aggiungono quelli clandestini di cui non è facile stimare l’ammontare, si arriva a cifre vertiginose che gli Italiani spendono nell’illusione di poter cambiare vita.
Ma l’illusione molto spesso rimane tale perché il gioco, anziché risolverli, spesso acuisce i problemi finanziari. Paradossalmente anche le vincite possono causare preoccupazioni e sventure in giocatori che non sanno gestire con oculatezza grossi capitali.
A tutto ciò si aggiunga il fatto che dove gira molto denaro di solito si inserisce la piccola e la grande criminalità che cerca di trarre profitto ricorrendo ad espedienti illeciti per truffare i cittadini ignari. Le cronache riferiscono spesso di imbrogli nei giochi gestiti dallo Stato.

La notevole diffusione dei giochi d’azzardo, come era facilmente prevedibile, ha portato con sé una serie di problemi e di conseguenze oltre che economiche anche di natura sanitaria. È aumentato infatti il numero di coloro che fanno del gioco un’ossessione, una specie di forte eccitazione che pervade mente, emozioni e comportamenti; in pratica una vera e propria malattia psichica da cui non è facile guarire.

 

Dipendenza da gioco d’azzardo

La dipendenza da gioco d’azzardo presenta aspetti analoghi a quelli generati dalla dipendenza da alcol o da sostanze stupefacenti. Si è notato che vi è un momento in cui il giocatore dipendente arriva a un punto tale di coinvolgimento con il gioco da trascurare tutte le altre attività, comprese le relazioni sociali e affettive con comparsa di crisi di astinenza, agitazione, ansia e pensieri ossessivi.
La malattia è tutt’altro che rara: si calcola che colpisca il 2,5 per cento dei giocatori abituali. Quattro o cinquecentomila italiani sarebbero quindi i giocatori patologici o coloro che starebbero per diventarlo.
Di questo fenomeno non è ovviamente responsabile il gioco in sé; il rischio è legato alla fragile personalità del giocatore che una volta entrato nel meccanismo non riesce più a padroneggiare la sua volontà e quindi a smettere.

L’incapacità cronica di resistere all’impulso di giocare d’azzardo, creando problemi personali e sociali, è stato definito recentemente “Gioco d’azzardo patologico” o “Gap” (gli psichiatri americani hanno riconosciuto il gioco d’azzardo patologico come una malattia mentale nel 1980 e lo hanno chiamano Pathologic gambling, o più semplicemente gambling).
Si osserva che mentre la maggior parte dei giocatori è in grado di smettere, appellandosi magari a valori morali o alla forza di volontà, alcuni non solo non smettono, ma sono incapaci di moderare la quantità di denaro impiegato manifestando un bisogno incontenibile di sfidare la sorte.
Questi giocatori incalliti, col tempo, si vengono a trovare in una situazione di tensione tale che può essere superata in un sol modo: continuando a giocare. I sintomi che avvertono i giocatori patologici, come abbiamo detto, sono molto simili a quelli che si manifestano nelle persone che abusano di sostanze stupefacenti quando incorrono nel fenomeno dell’assuefazione e della dipendenza.

Con il termine di assuefazione (o tolleranza) si intende la necessità di assumere quantità sempre maggiori di sostanze che agiscono sul sistema nervoso per ottenere lo stesso effetto psico-fisico della dose iniziale (si comincia col fumare un paio di sigarette e si finisce con due pacchetti al giorno).

Per dipendenza si intende invece l’assoggettamento fisico e psichico nei confronti di sostanze di varia natura, ma anche di persone. Così si dice ad esempio che il bambino è dipendente dalla mamma, ma questo non è grave perché, crescendo, tale dipendenza normalmente scompare.
L’assunzione reiterata di alcol, ma anche di alcuni farmaci quali i tranquillanti e i lassativi, e naturalmente di sostanze stupefacenti, inducono cambiamenti fisiologici nell’organismo tali da creare crisi di astinenza, cioè la necessità pressante e urgente di continuare ad assumere quelle sostanze per evitare uno stato di depressione e di malessere fisico che la sospensione della loro ingestione comporterebbe. Tali disturbi si manifestano, in coloro che fanno uso rilevante e regolare di sostanze che danno dipendenza, in modo più o meno evidente e sono caratterizzati da sintomi fisici come nausea, diarrea e dolore, o psichici ossia sotto forma di sofferenza emotiva che varia a seconda della personalità dell’individuo. La dipendenza può venire altresì misurata attraverso il livello d’interferenza con le normali attività quotidiane.

 

Giocatori patologici e compulsivi

Una cosa molto simile all’assuefazione e alla dipendenza psicologica si manifesta in quelli che abbiamo chiamato giocatori d’azzardo patologici, detti anche compulsivi, che non sono in grado di controllare la quantità di denaro che impegnano nel gioco e non riescono a smettere nemmeno di fronte a perdite notevoli. In queste persone la mente è dominata dall’idea ossessiva del gioco e la spinta a giocare può essere tanto forte che l’angoscia viene alleviata solo qualora esse riprendano a giocare.
Una tale fissazione oltre a provocare problemi in famiglia può indurre anche a commettere atti criminosi, quali furti e truffe, spesso ai danni di amici o conoscenti affinché ci si procuri il denaro necessario per continuare a giocare. E come il tossico deve aumentare progressivamente la dose per raggiungere la stessa sensazione di euforia, allo stesso modo il giocatore patologico è spinto ad aumentare senza controllo le somme di denaro impiegate.
Tra queste persone, irresponsabili e sventurate, è anche molto alto il rischio di suicidio.

Alcuni vorrebbero che venissero messi al bando tutti i giochi d’azzardo, ma il proibizionismo non ha mai risolto questi problemi, anzi spesso li ha aggravati. Molti sono invece convinti che solo un’informazione corretta, chiara e continua possa servire come deterrente di fenomeni socialmente deleteri.

Si assiste invece, nel campo dei giochi di sorte, ad una disinformazione spudorata e arrogante che colpevolmente le istituzioni nemmeno tentano di contrastare. Stampa, radio, televisione e ogni altro mezzo di informazione (compreso Internet) vengono utilizzati per reclamizzare sistemi matematici atti ad assicurare la vincita ai giochi d’azzardo.

Ebbene questi sistemi non esistono anche perché, se esistessero, i possessori non li renderebbero certo pubblici e tutti i giochi gestiti da un Banco, compreso il nostro Ministero delle Finanze, avrebbero da tempo dichiarato fallimento. Questi personaggi senza scrupoli che offrono (a pagamento) il sistema per vincere al gioco operano un vero e proprio abuso della professione di matematico.

 

Il banco vince sempre

Non esistono giochi d’azzardo che siano redditizi per chi gioca e quindi l’unico modo per non perdere è quello di non giocare.
Tuttavia, come si è visto, l’uomo è spinto quasi istintivamente al gioco, un’attività fra l’altro molto diffusa anche fra gli altri mammiferi, ed è quindi impossibile convincerlo a non giocare.
È doveroso però far conoscere ai giocatori incalliti quali siano le reali probabilità di vincita o il rendimento (prodotto del coefficiente di vincita per la probabilità) dei diversi giochi.

Da un punto di vista strettamente matematico è facilmente dimostrabile che il gioco d’azzardo meno penalizzante per gli scommettitori è la roulette, che paga ai vincitori oltre il 97% di quello che spetterebbe loro se il gioco fosse equo.
Un gioco equo è ad esempio quello connesso con il lancio della moneta: scommettendo 100 lire su testa, se esce testa si vincono le cento lire che l’avversario ha puntato su croce; se esce croce si perdono cento lire: nessuno dei due concorrenti trae dal gioco un beneficio che non sia quello legato alla sorte.
Nei giochi organizzati invece l’organizzatore ha un beneficio sicuro quando paga un premio inferiore a quello che ricava dalle scommesse.

Il gioco del Lotto, soprattutto per le giocate più alte, è molto svantaggioso per il giocatore e quindi molto vantaggioso per il banco, cioè per lo Stato. Ad esempio la probabilità di indovinare l’ambo su una determinata ruota è di circa 1 su 400: il premio equo sarebbe quindi 400 volte la posta. Il premio previsto nel caso dell’ambo è invece di sole 250 volte la posta quindi con una percentuale sul premio equo del 62%.
E quella dell’ambo è la giocata più favorevole; quello della cinquina è invece il caso più sconveniente: dovrebbe essere compensata 40 volte di più di quanto avviene. La percentuale sul premio equo nel caso della cinquina è quindi di solo il 2,5%.
Se pertanto si continua a giocare è solo perché la perdita economica che si ha in media è compensata dalla speranza di vincita elevata (puntando un euro, se esce la cinquina, si vince un milione e puntando pochi euro al Superenalotto si possono vincere molti milioni).
Alla base di tutto resta comunque la passione per il gioco.

 

Curarsi per smettere

Fino a che il gioco rimane un divertimento esso non crea danni, ma quando diventa patologico è un dramma poiché sembra irrilevante vincere o perdere; quello che conta è la sfida fine a sé stessa.
La vera sconfitta non è la puntata andata male o il terno non estratto, ma la perdita di autonomia nella libertà di aprire e chiudere il gioco. Al giocatore d’azzardo patologico non interessa accumulare soldi, anzi c’è il divieto inconscio di guadagnare.
“Se si vince si continua a giocare perché è il momento buono, se si perde non si può smettere perché bisogna rifarsi”. C’è sempre una giustificazione per continuare e più ci si dibatte nella rete, più ci si fa male.

Per tentare di arginare il fenomeno è sorto di recente a Napoli il primo osservatorio sul gioco: fra i fini che esso si propone vi è innanzitutto quello di sensibilizzare lo Stato e le società che per conto di questo gestiscono lotterie e sale giochi sui potenziali effetti nocivi del gioco d’azzardo, affinché devolvano parte dei proventi alla loro prevenzione e alla cura.
Un secondo obiettivo dell’osservatorio è quello di istituire, nei luoghi di massima diffusione del gioco, sportelli appositi dove i giocatori, mantenendo l’anonimato, possano ricevere informazioni sulle strutture a cui rivolgersi per affrontare la malattia.

Molto tempo prima che venisse costituito l’osservatorio a Napoli in alcune città d’Italia sono stati istituiti i centri di recupero per giocatori dipendenti (chiamati “sportelli antigioco”) simili a quelli degli alcolisti anonimi e spesso ad essi connessi.
Il primo è sorto a Bolzano ed è organizzato in modo che il paziente si confronti con persone che hanno gli stessi suoi problemi.

I centri di recupero dei tossicodipendenti e degli alcolisti hanno salvato molte persone ma il numero dei drogati e degli alcolisti è tuttavia in continuo aumento, anche perché droga e alcool continuano ad essere diffusi senza che vi sia una seria campagna di informazione relativamente ai danni che essi producono.
Auguriamoci che con il gioco d’azzardo si riesca a fare qualcosa di meglio. Smettere comunque non basta, bisogna anche indicare all’ex giocatore un percorso alternativo, una strada che faccia considerare positivi altri aspetti della vita, quelli cioè che la persona dipendente dal gioco rifiuta proprio perché li considera troppo semplici e banali, privi di rischio.

L’analogia fra alcolisti e malati di “Gap” non è solo formale: chi soffre di disturbi legati al gioco in genere tende anche all’abuso di alcool e sigarette e, come nel caso dell’alcolismo e della droga, se ci si vuole realmente e definitivamente liberare dalla loro dipendenza ci si deve convincere che il taglio deve essere drastico e definitivo e non ci si deve illudere che si possa continuare limitando la partecipazione.


Occhio al Lotto 8/9

20 Dicembre 2005

Il gratta e vinci

Il gratta e vinci è un tipo di lotteria relativamente recente.
Il giocatore compra un biglietto del costo di uno o due euro, gratta la parte argentata con una moneta e controlla l’esito (solitamente si vince se ci sono due o più simboli uguali).
Le vincite vanno dal costo del biglietto stesso ad anche cinquanta mila euro. Le vincite più basse vengono pagate direttamente dal venditore, mentre quelle più alte vengono pagate seguendo una delle solite lentissime procedure burocratiche delle quali l’Italia non sembra avere alcuna intenzione di liberarsi.

Qualche anno fa, questo tipo di lotteria – che appariva così innocente – ha subíto un drastico crollo nelle giocate.
Per un errore di distribuzione, un numero elevatissimo di biglietti vincenti vennero distribuiti in un’area molto ridotta nel nord Italia; moltissime persone li comprarono, anche effettuando viaggi per raggiungere la zona, e si ritrovarono con biglietti vincenti ma che lo Stato rifiutò di pagare.
La gente perse fiducia e smise di comprare i gratta e vinci. In compenso molti cominciarono a partecipare alle altre lotterie.


Occhio al Lotto 7/9

16 Dicembre 2005

Totocalcio, Totip e scommesse

Totocalcio, Totip e la maggior parte delle scommesse non sono giochi d’azzardo (vedi articoli precedenti).

In questi giochi, infatti, è possibile effettuare una previsione reale sull’esito degli eventi su cui si basano. Documentandosi, è possibile valutare le forze in gioco: in una corsa di cavalli, sarebbe stato abbastanza logico puntare su Varenne, così come se mai una squadra di calcio di C1 dovesse giocare con una di serie A, ci si sentirebbe al sicuro puntando su quest’ultima.
Ovviamente il caso può interferire, e le cose potrebbero andar storte; ma fa parte del gioco, e comunque non si punta alla cieca (a meno di incompetenza nell’ambito dell’evento sul quale si punta).

 

Le ragioni del declino

Nonostante sia quindi più probabile vincere al Totocalcio o al Totip, questi giochi sono in declino e cedono il passo all’intramontabile Lotto (sic) e al giovane Superenalotto.
Perché?

Mi permetto di essere un po’ rude, quindi se fate parte dei giocatori del Lotto e/o del Superenalotto e temete che le righe sotto possano offendervi, non leggetele.

Il motivo, secondo me, è dato dalla pigrizia e dai sogni di soldi facili.
Basta proporre a una persona di “guadagnare” qualche milione di euro sparando numeri a caso, e quella non se lo farà ripetere due volte. Ma se le si propone di poter vincere in cambio di uno sforzo mentale, cioè di ragionare su come potrebbero andare a finire 13 partite in base allo stato delle squadre (oltre a un po’ di fortuna che non guasta mai), quella persona rifiuterà: perché stancarsi se c’è ben una possibilità su seicentoventidue milioni di vincere almeno dieci volte tanto, semplicemente mettendo delle crocette a casaccio?


Occhio al Lotto 6/9

14 Dicembre 2005

Il Superenalotto

Il Superenalotto nasce il 3 dicembre 1997 sulle ceneri del vecchio Enalotto. L’unica analogia tra i due concorsi sta nel fatto che anche il vecchio Enalotto prendeva in considerazione il primo numero estratto, ma di ognuna delle dieci ruote. Anzi, i compartimenti di Napoli e Roma contribuivano alla colonna vincente anche con il secondo estratto. I 90 numeri erano divisi in tre gruppi contraddistinti da tre segni: numeri da 1 a 30 segno “1″, numero da 31 a 60 segno “x”, numeri da 61 a 90 segno “2″. Si formava, quindi, una colonna con 12 segni. Venivano pagati tre premi, il 12, l’11 ed il 10. La Sisal, visto il costante calo di giocate all’Enalotto, pensò quindi ad un rimodernamento del gioco, rendendolo più difficile e quindi con premi più sostanziosi. Il Superenalotto si impose presto all’attenzione per il jackpot che proponeva per la vincita del premio maggiore.

Al Superenealotto si vince indovinando 3, 4, 5 o 6 numeri. Si vince anche con il 5+1, che consiste nell’indovinare 5 numeri su 6 della colonna vincente e di azzeccare contemporaneamente anche il cosiddetto “numero jolly”.

Procedendo come abbiamo fatto per il Lotto in un articolo precedente, è possibile calcolare le reali probabilità di vincita per il Superenalotto.
Probabilità di fare uno: 1/15
Probabilità di fare due: 1/267
Probabilità di fare tre: 1/5.874
Probabilità di fare quattro: 1/170.346
Probabilità di fare cinque: 1/7.324.878
Probabilità di fare sei: 1/622.614.630
Nel caso del 5+1, invece, bisogna considerare che il numero jolly può sostituire uno qualsiasi dei sei numeri che compongono la sestina vincente. Questo riduce di 1/6 le combinazioni possibili rispetto al “6 pieno”, quindi la probabilità di fare 5+1 è di 1/103.769.105.

Come si può vedere, nonostante qualcuno riesca davvero a fare 6, le probabilità di vincita sono bassissime.
I sistemi, in questo caso, non aiutano più di tanto. È vero che se un sistema corrisponde a 10 schedine la probabilità si riduce di 10 volte, ma anche in quel caso la probabilità di fare sei al Superenalotto è comunque molto bassa: una su circa sessantadue milioni.
Per fare un paragone, si può immagine di mettere in un’urna i nomi di tutte le persone che si trovano in Italia, compresi i turisti, gli immigrati e i neonati; a questo punto si immagina di scrivere su un foglio il nome di una persona in particolare, e si procede ad estrarre un solo nome. La probabilità di pescare proprio il nome che avevamo scritto in precedenza è pressoché identica a quella di fare sei al Superenalotto per mezzo di un sistema che aumenta di dieci volte la probabilità stessa.

 

Perché tanto successo?

Il motivo per il quale il Superenalotto stia avendo tanto successo è banale: perché promette vincite stratosferiche e perché questa vincita non è proporzionale alla posta giocata, come accade invece per il Lotto: posso vincere cinquanta milioni di euro al Superenalotto anche giocando una schedina da un euro.
Questo, però, si rivela nella maggior parte dei casi solo un incentivo a giocare un numero maggiore di schedine, magari abbagliati da sistemi sviluppati con (falsa) precisione matematica in base alle precedenti colonne vincenti.
Il problema, però, è che le colonne vincenti del Superenalotto sono basate su quelle del Lotto, che, come detto in un articolo precedente, sono assolutamente empiriche e non hanno niente a che fare con estrazioni precedenti, ritardi o con la matematica.

 

Il Bingo

Da qualche anno, lo Stato ha aperto sul territorio svariate decine di “sale da Bingo”.
Questo Bingo non è altro che una tombola statale, ed è uno tanti controsensi del nostro Paese: la legge italiana vieta in maniera assoluta l’apertura di attività incentrate sull’azzardo, salvo quattro deroghe (per S. Vincent, Campione, Sanremo e Venezia) ma, a quanto pare, le “sale da bingo” statali sono esentate da tale legge. Qualcuno ha detto “monopolio”?


Occhio al Lotto 5/9

11 Dicembre 2005

I maghi televisivi

Su tutte le TV private locali passa prima o poi un “mago”.
Si tratta di persone senza scrupoli che sfruttano i normali momenti di tristezza delle persone nonché l’ingenuità delle persone con meno senso critico.

La procedura è ben conosciuta: false chiamate convincono gli ingenui a chiamare numeri costosissimi, chiamate che tendono a ripetersi, e quando la fiducia dell’ingenuo di turno viene carpita, gli vengono propinati improbabili amuleti (salvo poi, nel caso l’ingenuo si lamenti che non funzionano, affermare che è colpa di qualche agente esterno – per esempio il malocchio – per la cui “eliminazione” si richiede un ulteriore esborso).

Le previsioni dei numeri del Lotto fanno parte di questo genere di truffe. Come abbiamo visto in un articolo precedente, le estrazioni sono del tutto indipendenti. Non è possibile calcolare in alcun modo quali numeri verranno estratti oggi, né sulla base di quelli usciti nelle estrazioni precedenti, né sulla base di quelli usciti sulle altre ruote e né sulla base di un ipotetico ragionamento statistico.

È bene chiarire che in casi come questo la statistica serve soltanto a riassumere i dati relativi al passato: dire che nell’arco degli ultimi tre anni il numero 28 esce più spesso del numero 84 ha un senso, ma non ha assolutamente senso dire che adesso l’84 uscirà prima del 28 perché “è uscito meno volte”.
Per rendersi conto di quanto sia assurdo, trasponiamo il concetto in un ambito che non abbia a che fare coi numeri del Lotto (che sono tutti uguali e confondono le idee): ha senso dire che, dato che il 90% dei serial killer ha frequentato l’asilo, allora mandare un bambino all’asilo li farà diventare serial killer nel 90% dei casi? Ovviamente no.
Nel caso dei numeri, però, cadere nell’inghippo è facile, ed è su questo che fanno leva i sedicenti maghi televisivi.

Fra l’altro, l’articolo 661 del codice penale (“abuso della credulità popolare”) afferma: “Chiunque pubblicamente cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente di abusare della credulità popolare, è punito, se dal fatto può derivare il turbamento dell’ordine pubblico, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda di due milioni (1032 euro)”. Esisteva anche un articolo relativo al realto di ciarlataneria, ma è stato depenalizzato ex articolo 33 della legge 689 del 1981, con riferimento all’articolo 121 t.u.p.s. .

Al di là di questo, basterebbe poco per rendersi conto che questi “maghi” cercano soltanto di truffare le persone un po’ meno sveglie:
1. Le frasi che dicono questi maghi sono decisamente vaghe. “Una telefonata inaspettata” può anche essere fatta da parte di qualcuno che ha sbagliato numero. Me l’aspettavo? No, quindi il mago ha indovinato. Si tratta di una tecnica definita cold reading (lettura fredda), che consiste nel dare risposte vaghe per poi rifinirle in base alle reazioni del soggetto (vedi anche effetto Forer).
2. Se il mago sapesse davvero prevedere il futuro e avere i numeri del Lotto, si ridurrebbe a prendere in giro le persone che già sono disperate? Non avrebbe un vantaggio più immediato giocandoli lui e diventando milionario?
3. Se per assurdo un mago televisivo avesse davvero poteri reali e volesse aiutare le persone, non lo farebbe tramite un numero di telefono normale? Perché hanno tutti dei numeri che, guardacaso, costano uno sproposito? Il prezzo di queste chiamate è scritto, per legge, a video; purtroppo è scritto con un carattere piccolissimo che diventa quasi invisibile se posto vicino al numero di telefono, che solitamente è enorme, colorato e lampeggiante.


Occhio al Lotto 4/9

9 Dicembre 2005

Il mito dei ritardatari

Sfatiamo un mito: un numero che non esce da 200 estrazioni non ha alcuna probabilità in più di uscire proprio oggi. Allo stesso modo, un numero che è uscito per 200 settimane di fila può tranquillamente uscire anche oggi.
Perché?

Il motivo è tanto banale quanto difficile da capire, apparentemente: al termine dell’estrazione, i numeri vengono rimessi tutti nell’urna. Questa operazione riporta le probabilità allo stato iniziale.

Se il numero 84 aveva una probabilità su novanta di uscire la volta scorsa, ha una probablità su novanta di uscire oggi. Di palline col numero 84 ce n’è una sola, e il totale delle palline è 90: la probabilità che esca proprio quella è quindi 1/90.

I numeri, insomma, non hanno memoria. Non sanno se l’ultima volta che sono usciti risalga a sabato scorso o al 1984, quindi la probabilità matematica di venir pescati è costante.

Se poi il destino decide di far uscire l’84 e di far vincere dei soldi a tutti quelli che puntavano sull’84 proprio perché non veniva estratto, si tratta proprio di un caso: sono le persone che, fidandosi di una convinzione che non ha niente di matematico, contribuiscono all’importanza quest’evento. Se cioè nessuno giocasse l’84, la sua estrazione verrebbe vista come ciò che è davvero: una pallina che ha una possibilità su 90 di essere estratta.
È per questo motivo che si ricordano più facilmente le estrazioni di numeri per noi insoliti, come ad esempio l’1 o il 90.

Se non credete a quanto ho scritto, provate con la tombola: scoprirete che i numeri hanno sempre la stessa probabilità di uscire a ogni partita, e che facciamo caso alla frequenza di estrazione di determinati numeri solo quando quei numeri ci interessano, perché ad esempio li abbiamo nella cartella o perché costituiscono la nostra data di nascita…

Ciononostante, una definizione statistica nota come “legge dei grandi numeri” afferma che “se E è un evento e p è la sua probabilità di successo, cioè la probabilità del verificarsi di E in una prova, allora la frequenza relativa dei successi in n prove indipendenti converge in probabilità a p, quando n tende a infinito.”

In parole semplici, se potessimo effettuare un numero infinito di lanci di una moneta, il numero di lanci nel quale si ottiene una faccia tenderebbe a essere uguale a quello nel quale si ottiene l’altra (nota: tenderebbe a essere uguale non significa che sarebbe esattamente uguale, la differenza è importante).

Questa definizione matematica, in sostanza, non afferma affatto che l’osservazione di – per esempio – 10 teste aumenta la probabilità che venga croce all’undicesima prova.
Questo fraintendimento è l’errore più comune nel quale incorrono i giocatori d’azzardo, che scommettono sull’evento che non si verifica da più tempo, convinti che, per questo stesso fatto, esso si debba verificare. La probabilità, infatti, resta sempre p a ogni lancio. Nel caso del Lotto, si tratta di una cosa ovvia: le palline, all’inizio dell’estrazione, sono sempre 90.

In definitiva, lo “studio” dei ritardatari non può che essere un semplice esercizio statistico, senza alcuna utilità pratica nello sviluppo dei “sistemi”.


Occhio al Lotto 3/9

7 Dicembre 2005

Le probabilità di vincita al Lotto

Per calcolare le probabilità reali di vincere al Lotto, dobbiamo tener conto che si tratta di estrazioni senza ripetizione. Questo termine descrive il fatto che dopo aver estratto una pallina dall’urna che le contiene, questa non viene reimmessa nell’urna stessa.
Giocando cinque numeri, la probabilità di indovinare il primo estratto è di 5 su 90; quella di indovinare il secondo è di 4 su 89; il terzo, 3 su 88; il quarto, 2 su 87; il quinto, 1 su 86. Semplificando, queste probabilità diventano:
5/90 = 1/18
4/89 = 1/22,25
3/88 = 1/29,333
2/87 = 1/43,5
1/86 = 1/86

La probabilità di indovinare una ambata è quindi di 1 su 18.
Per calcolare la probabilità di indovinare un ambo, moltiplichiamo la probabilità di indovinare il primo e il secondo numero: 18 * 22,25 = 400,5. Questo significa che la probabilità di azzeccare un ambo è di 1 su 400,5.
Procedendo alla stessa maniera, si deduce che la probabilità di indovinare un terno è di 1 su 11.748; una quaterna, 1 su 511.038; una cinquina, 1 su 43.949.268.
Le probabilità, come si vede, sono più basse di quanto ci si aspetterebbe.
La probabilità di indovinare un ambo, ad esempio, è paragonabile a quella di entrare nell’ascensore di un ipotetico grattacielo di 400 piani senza la possibilità di scegliere il piano, e fermarsi esattamente su quello dove volevamo scegliere. Possibile, ma improbabile.

 

I sistemi

I sistemi sono quei metodi più o meno scientifici che permettono – anzi, dovrebbero permettere – al giocatore di incrementare le probabilità di vincita.
Alla luce di questa definizione, giocare più ambi costituisce già un piccolo sistema.
Per il gioco del Lotto esistono numerosi sistemi, tutti basati su teorie palesemente false.

Esiste per esempio il “sistema” che propone di giocare i numeri con le cifre invertite: per esempio, se il mio ambo è 52-63, dovrei giocare anche 25-36.
A tale sistema ne fa eco un altro, che propone invece di giocare dei numeri con le cifre mischiate: il mio 52-63, per esempio, diventa 56-23, oppure 53-62, a cui magari dovrei andare ad applicare il primo sistema, e giocare anche 35-26, e così via.

Benché questi sistemi siano empirici, fanno quello che un sistema dovrebbe fare, e cioè aumentare le probabilità. Lo fanno semplicemente mescolando i numeri, il che può farli apparire come metodi matematicamente validi, anche se in realtà di scientifico c’è ben poco.

Un sistema che invece non ha alcuna base scientifica e non può pretendere di averne, è lo “studio” dei ritardatari.


Occhio al Lotto 2/9

5 Dicembre 2005

La storia del Lotto

Le prime notizie sul gioco del Lotto risalgono intorno al 1734, anno in cui il gioco comparve per la prima volta a Venezia sotto l’egida del Governo della Repubblica, cioè gestito dallo Stato.
A Genova, già all’inizio del XVI secolo, si eleggevano cinque senatori fra centoventi cittadini del Consiglio tramite l’estrazione a sorte di bussolotti, corrispondenti ciascuno a un senatore. Il gioco consisteva nello scommettere sui favoriti dalla fortuna.
Questo tipo di Lotto, inventato dal genovese Benedetto Gentile, veniva chiamato anche “Gioco del Seminario” (dal nome dell’urna in cui si svolgeva l’estrazione).
In seguito il gioco diventò il “Lotto della Zitella”: invece che ai Senatori i numeri erano abbinati al nome di ragazze povere e i proventi del sorteggio venivano distribuiti fra loro come dote.
Dal 1620 in poi, il Lotto in Liguria venne disciplinato da regole precise. Negli altri Stati italiani, invece, il gioco era ancora osteggiato perché considerato contrario all’etica.
Nello Stato Pontificio il gioco fu a lungo bandito e nel 1728 il Papa Benedetto minacciò perfino la scomunica per chi vi partecipasse; tre anni dopo, il nuovo Pontefice Clemente XII riammise il Lotto concedendo i proventi in dote alle ragazze indigenti, e nel 1785 Pio VI destinò i guadagni alle opere pie.
Nel resto d’Italia il gioco venne accettato, e addirittura al Lotto venne concesso il diritto di cittadinanza e quindi il monopolio di Stato: nel 1863, il Lotto si giocava in tutt’Italia in 6 ruote, che diventarono 8 dopo il 1870, con l’affermazione di Roma capitale d’Italia.
L’aumento della popolarità del gioco portò anche all’aumento delle estrazioni che da 2 o 3 all’anno (nel 1737), arrivarono a 18 annuali dal 1797 al 1806; dal 1807 diventarono quindicinali e, infine, dal 1871, settimanali.
Attualmente (nel 2005) si effettuano tre estrazioni settimanali, per un totale di 156 estrazioni annuali.

Il Lotto di oggi è sostanzialmente simile alla diffusissima Tombola: consiste nel prevedere quali numeri saranno estratti su ogni “ruota” (esistono 10 ruote collegate ad altrettante città, più una undicesima ruota detta “nazionale”).
Si vince con l’ambata (un numero), con l’ambo (2 numeri), con il terno (3 numeri), con la quaterna (4 numeri) e con la cinquina (5 numeri). È possibile puntare gli stessi numeri su una o più ruote.