Il tredicenne mio omonimo che era scappato di casa è tornato dai suoi genitori.
Il motivo della sua fuga? Paura dei genitori per via dei brutti voti presi a scuola.
Motivazione futile? Io credo di no.
Ovviamente, non conoscendo la situazione scolastica e familiare di questo ragazzo, non posso parlare del fatto specifico, ma avendo concluso le superiori nel 2003 posso raccontare quello che ho visto io.
Personalmente sono andato sempre piuttosto bene a scuola, eccezion fatta per un declino negli ultimi anni in alcune materie (in particolare matematica), con l’occasionale brutto voto in altre materie a causa di interrogazioni a caso o, semplicemente, perché non avevo studiato.
Il problema di fondo non è il brutto voto in sé, quanto il rapporto che i genitori hanno con la scuola, in particolare dopo il termine della scuola dell’obbligo. Diciamocelo: se alle medie vai male, i tuoi genitori vengono avvertiti dai professori o dal preside, e lo vengono a sapere da loro.
Alle superiori tutto questo non esiste più, i genitori vengono chiamati solo in casi gravissimi (l’unica volta che la madre di un mio compagno delle superiori venne chiamata dalla scuola fu quando i professori cominciarono a chiedersi se si fosse ritirato, visto che non si vedeva da tre mesi) e, in generale, vedono i professori due volte all’anno, durante l’incontro pomeridiano quadrimestrale – ammesso che possano andarci. Il veicolo di informazioni su di te tra te e la scuola sei tu, e se la notizia è brutta (per esempio per un brutto voto) la cosa diventa complicata.
Certo, visto da fuori è tutto più semplice. Anche a me ora sembra semplice dire a qualcuno “ma dai, diglielo, i tuoi al massimo si arrabbiano ma poi gli passa”, ma non funziona così. Perché lo studente che deve dire ai suoi che ha preso un brutto voto a scuola non lo fa né da fuori né per conto terzi. È un peso.
Alle superiori, dicevo, i genitori perdono quel contatto con la scuola che c’è fino alle medie. Lo studente che passa dalla scuola media – ambiente in cui è guidato, seguito, coccolato – alle superiori si sente un po’ come Siddharta quando riesce a fuggire dal “reality show” che aveva organizzato suo padre affinché non vedesse che il mondo in realtà fa schifo. Shock. Puro shock.
Io il primo giorno delle superiori me lo ricordo bene. Ero con un amico e avevamo sentito che dovevamo raggiungere l’aula magna, e non riuscivamo a trovarla. Per trovare tutte le aule (nella mia scuola le classi si spostavano quasi a ogni ora) e imparare dov’erano ci sono serviti mesi.
Alle superiori la scuola ti considera un adulto. Devi essere capace di sbrigartela da solo, pochi professori ti offrono la possibilità di riparare, molti non si fanno problemi nell’appiopparti un compito in classe nella famigerata “settimana della morte”, quella che chiude un quadrimestre in cui TUTTI i prof si ricordano che hanno bisogno di altri voti e non si rendono conto che non è umanamente possibile fare tre compiti in classe nello stesso giorno, e così via.
E alle superiori la scuola prevede che sia tu a dare le notizie ai tuoi. Belle e brutte. Soprattutto brutte.
Ma dire a un genitore “ho preso 4 al compito di matematica” non è proprio uguale a un insegnante che dice “in questo compito ha preso 4, secondo me dovrebbe…”.
Dirlo per se stessi è molto più brutale, ti espone. Non sai mai la reazione.
Di solito i genitori si arrabbiano, perché non sanno come funziona dentro la scuola.
Io sapevo che se prendevi 5 in un’interrogazione di storia la nostra prof di storia cercava di trovare un buco per interrogarti di nuovo e fartelo recuperare. Io sapevo che se prendevi 2 in un’interrogazione di calcolo era probabilmente perché la prof di calcolo aveva fatto la bastarda, chiamando a sorpresa o valutando su cose non ancora fatte.
Ma un genitore che ne sa? Glielo devi dire tu prima del fattaccio? “Quella prof è stronza, lo dicono tutti”? Come fa un genitore a sapere che se un giorno fai filone [non vai a scuola] non succede niente di grave? Glielo devi dire tu? E se i genitori pensano che tu stia dicendo queste cose solo per pararti il didietro?
No, non gliele puoi dire tu, non sempre. Né loro le possono sapere, perché forse non se lo ricordano, perché forse le superiori non le hanno fatte e perché forse la scuola è cambiata tantissimo negli ultimi anni.
E ti ritrovi con queste situazioni. Non dici che hai preso un brutto voto, non dici che hai preso un altro brutto voto, non dici che hai preso un altro brutto voto ancora. Poi ti danno il pagellino che devi riportare firmato e non sai che fare, ti viene in mente che forse era meglio dirglieli singolarmente piuttosto che fargli vedere un foglio in cui si dice che in una, due, tre, quattro materie sei “gravemente insufficiente”.
Perché il problema è anche quello, i genitori sono tendenzialmente pessimisti. Penso faccia parte del loro naturale desiderio che i figli abbiano il meglio, ma per loro un pagellino che dice che vai benone in sei materie e male in una è un pagellino disastroso.
E a nulla serve spiegare che se resta così al massimo l’anno prossimo hai il debito formativo in quella materia e non è la fine del mondo, che in quella materia vanno male tutti (“a noi interessa che vada bene tu, degli altri non ce ne importa niente”), che se hai quel voto è soltanto perché due giorni prima t’ha interrogato e tu eri impreparato. È tutto inutile. Per loro quel brutto voto sul pagellino – che non è nemmeno una cosa ufficiale, ma faglielo capire – tu perdi l’anno.
E un figlio che perde l’anno per loro è un fallimento. Si sentono falliti loro più dei figli. Se ne vergognano, praticamente.
Ma al di là di questo catastrofismo – che tende alla depressione quindi non è pericoloso nell’immediato – c’è anche la possibilità che il genitore reagisca con rabbia. E quella è molto pericolosa, perché psicologicamente per lo studente è massacrante: non solo ha preso dei brutti voti (per colpa propria o del contesto non è importante), non solo si è preoccupato per giorni prima di dirlo ai suoi, ma si deve pure prendere un rimprovero senza pietà, o addirittura delle botte.
E la conseguenza qual è? Che il ragazzo prende e va via di casa, o lascia la scuola, o si suicida. Estremo? No, è successo qualche anno fa. Le reazioni probabilmente sono state di sgomento e di commiserazione, per la serie “è stato stupido a uccidersi per una cavolata del genere”.
Certo, è una cavolata. Da fuori. E torniamo alla questione iniziale.
A mio modestissimo avviso, e lo dico da ventunenne che ha finito le superiori qualche anno fa, i genitori dovrebbero rendersi conto che la scuola non è solo il voto, anche se quella è l’unica cosa che vedono. Dovrebbero avere un atteggiamento più aperto su quella che, per i figli, è l’attività principale. Se i ragazzi non parlano coi genitori di quello che succede a scuola (nel bene e nel male) è perché pensano che sarebbe inutile, che non sarebbero compresi.
Gli studenti devono spiegare ai genitori che anche se la scuola considera i voti prima ancora che le conoscenze (il mantra purtroppo sembra essere “cercare di finire il programma, poi che gli studenti sappiano le cose o meno non è molto importante”), c’è tutto un universo che loro – i genitori – non riescono a vedere.
Un universo che è difficile da spiegare e che è troppo facile da dimenticare quando si ha in mano il pezzo di carta.
Pubblicato da Jollino
Pubblicato da Jollino
Pubblicato da Jollino