Spara, spara, spara

28 Gennaio 2006

Non ho scritto prima sulla legge John Wayne perché aspettavo il botto. E l’altroieri il botto c’è stato: un imprenditore di Verona – non so perché ma m’aspettavo che il botto ci fosse nel nord – s’è trovato dei ladri in casa e ha cominciato a sparare. Tredici colpi e un morto, un albanese di 26 anni con regolare permesso di soggiorno e nessun precedente penale.

Io credo che sia una legge sbagliata, che non farà abbassare minimamente il numero delle rapine e anzi, al contrario, farà salire quello degli omicidi (magari condonati per “legittima difesa”, ma se ammazzi una persona sei un omicida, lo dice la parola stessa).

Innanzitutto, come è già stato fatto notare da vari giornalisti e commentatori, è il ladro stesso che è più propenso a sparare se sa che può farlo il padrone di casa.
Inoltre gestire un’arma con la freddezza necessaria non è semplice. È difficile anche per le forze dell’ordine, figurarsi per tutti quelli che ora correranno a comprarsi una pistola perché “non si sa mai”.

Apro una parentesi sulla difficoltà di maneggiare armi da parte dei militari. Ce lo ricordiamo Carlo Giuliani, il contestatore ucciso il 20 luglio 2001 a Genova durante il G8? Certo, era una situazione complicata. Certo, il carabiniere che ha sparato pare fosse un soldato semplice che stava svolgendo servizio militare. Ma se aveva una divisa era stato addestrato a utilizzare un’arma. Si è fatto prendere dal panico e ha sparato. E c’è uscito il morto. Se l’è cercata, vero (aveva un estintore in mano, diamine, e con un estintore in mano non hai certo intenzioni pacifiche), così come un ladro che ti entra in casa se la va cercando. D’accordo, ma un ladro è una persona come il padrone di casa, e anche il ladro può sentirsi minacciato – parlo di istinti primordiali – e cominciare a sparare, soprattutto se sa che può essere preso a palle di piombo lui stesso. È un circolo vizioso, in pratica il morto ci deve uscire. Meglio il ladro allora, pensano tutti. E il ladro allora spara per primo. E si ricomincia. Gestire un’arma non è facile. Puoi anche essere bravo quanto vuoi al poligono, ma al poligono puoi concentrarti e sparare quando ti senti pronto. In una situazione di emergenza istintiva non puoi nemmeno chiederti se sei pronto. Si torna all’istinto di sopravvivenza, si torna bestie. Chiusa parentesi.

Quello che poche persone hanno fatto notare è che la corsa alle armi – e ci sarà, statene certi – porterà anche ad un aumento di omicidi “comuni”, non collegati alla “legittima difesa”: quanti litigi domestici degenereranno ulteriormente finché qualcuno andrà ad aprire quel cassetto per prendere la pistola?
E quante persone in un brutto momento decideranno di prendere la pistola per farla finita in maniera rapida e potenzialmente indolore?

Senza contare che la legge indica che si può sparare nel caso l’aggressore “non mostri desistenza“. Traducendo: se il ladro fa per scappare, tu non gli puoi sparare. E se uno gli spara lo stesso? Una volta che è morto è morto, non gli si può certo chiedere se stava scappando o meno. Quindi il padrone di casa è coperto in ogni caso, gli basterà dire “mi stava minacciando con quel soprammobile di vetro”. Tutto ciò non mi convince.

Ho chiesto a un amico che ha il porto d’armi per uso sportivo (può portare l’arma solo al poligono e può caricarla solo lì) come funziona il possesso delle armi in Italia. Mi ha spiegato che ci sono tre tipi di autorizzazione: il nulla osta, il porto d’armi per uso sportivo e il porto d’armi “normale”. Si tratta di autorizzazioni che non hanno a che fare con l’introduzione della legge John Wayne, perché erano già presenti.
Il nulla osta è la cosa a mio avviso più preoccupante. In sostanza è un’autorizzazione emessa dalla questura per l’acquisto e la detenzione di un’arma ben specifica (che è indicata sull’autorizzazione); per ottenerla è sufficiente passare una visita medica e lasciare che la burocrazia faccia il suo costo, e in media entro tre mesi si può andare a comprare l’arma in questione, che naturalmente non può essere portata da nessuna parte e può essere utilizzata solo in casa.
Probabilmente in pochi sapevano di questa possibilità, ma quello che mi sfugge è: se esiste la possibilità legale di comprare un’arma da detenere nella propria abitazione “a uso patrimoniale”, la legge John Wayne non è semplicemente un modo per tappare una falla nella logica burocratica? Se posso comprare un’arma per difendere il mio patrimonio, devo anche poterla usare. E la legge dice questo, che la posso usare e se ammazzo qualcuno non fa niente.
E ora, naturalmente, molti correranno a informarsi perché è ovvio chiedersi “cosa me ne faccio della legge se non ho il porto d’armi?”, e nel giro di qualche mese le armerie faranno affari d’oro. Per non parlare delle banche armate, che finalmente potranno darsi da fare anche in patria, poverine.

La mia idea? Semplice: se vuoi comprarti una pistola ti obbligo a farti un certo numero di lezioni in poligono a tue spese, a sottoporti a una visita medica approfondita e a un test psicoattitudinale a tue spese. E le armi non devono costare meno di una certa soglia (che dovrebbe essere piuttosto alta, che so, 350 euro).
Del resto anche se vuoi guidare la macchina devi pagarti un corso e sostenere degli esami a pagamento, e non vedo perché debba essere così semplice comprarsi qualcosa che ha come unico scopo quello di ammazzare.

Ah, tanto per la cronaca: negli USA le armi si vendono liberamente, e le aggressioni, gli omicidi e i suicidi non sono diminuiti affatto, anzi, è uno degli Stati più violenti del mondo. Significherà qualcosa?

(Addendum: trovo ironico come uno che si fa uno spinello rischia la galera come se fosse uno spacciatore internazionale e uno che ammazza una persona che magari stava anche scappando resti incensurato. Non condono nessuna delle due cose, ma trovo questa differenza piuttosto curiosa.)


Presto ci sarà la Bibbia di contrabbando

25 Gennaio 2006

L’UAAR fa una riflessione interessante sulla recente notizia (passata alquanto inosservata sui media “popolari”) dell’applicazione del copyright su tutti i testi del papa, di cui si occuperà la Libreria Editoriale Vaticana.
Quello che forse non si è capito bene è che la decisione è retroattiva, ovvero si applica anche su tutti i testi di tutti i papi precedenti (e anche se si pubblica solo un minuscolo stralcio).

Che interesse avrebbe il Vaticano a proteggere con un copyright i testi dei papi precedenti? È presto detto: chi è secondo la tradizione cattolica il primo papa? Pietro, l’apostolo. E Pietro scrisse le sue famose lettere, lettere che sono presenti anche nella Bibbia.
È facile intuire che si tratta di un modo inventato dagli esperti di marketing del Vaticano per rubare soldi – sì, rubare soldi – dalle altre confessioni cristiane. In pratica quando un anglicano (o un protestante, o un valdese) andrà a comprarsi una Bibbia dovrà pagare il pizzo al Vaticano, di cui peraltro non riconosce neppure l’autorità.

L’UAAR fa anche notare che se la Bibbia si è diffusa è stato merito dei protestanti e in particolare di Lutero (vedi il mio precedente articolo), mentre il clero cattolico fece di tutto per renderla il più inaccessibile possibile alla gente comune.

A me invece viene in mente un’altra cosa: che senso ha per una religione far pagare una tassa a tutti quelli che vogliono ricevere il messaggio della massima autorità della religione stessa?

Se fosse successo per un’altra religione, molte persone interessate avrebbero probabilmente perso il loro interesse (la religione dovrebbe essere una cosa intima, non basata sull’economia); dato che è una roba cattolica, nessuno ci fa caso.
Del resto, chissà quante persone non l’hanno neppure sentita, ’sta notizia… e chissà quante persone si sono già dimenticate dell’esenzione ICI per tutto ciò che è della chiesa cattolica… e dei cardinali che ficcano il naso nello stato italiano… e del Vaticano che in nome del “non commettere atti impuri” spinge per la non-diffusione dei profilattici in Africa… vabbè…

Aggiornamento: l’Unità riporta che la norma è retroattiva solo per gli ultimi 50 anni, quindi la Bibbia in sé è salva. Lo stesso non si può dire dei 2770 libri firmati Giovanni Paolo II (oltre 1000 in spagnolo, 370 in italiano), senza contare le encicliche, gli angelus e simili. Un bel giro di soldi. Ma Gesù non era povero?


Katholikos

14 Gennaio 2006

C’era una volta Gesù, figura leggendaria vissuta – pare – circa duemila anni or sono, autoproclamatasi Figlio di Dio, morto in croce per i peccati di tutta l’umanità e risorto dopo tre giorni per poi ascendere al cielo. La sua vita è narrata e descritta dai tanti vangeli, quattro ufficiali e un’infinità apocrifi. Per i cristiani Gesù è esistito veramente ed è non solo Figlio di Dio, ma Dio stesso. Per i musulmani Gesù è esistito ma è solo un profeta. Per gli ebrei Gesù non ha alcuna rilevanza.
I cristiani considerano il Nuovo Testamento come una raccolta di testi sacri, gli scettici lo reputano (al massimo) una raccolta di storie di fantasia con qualche fondamento storico. Del resto, se è possibile plasmare oggi la realtà per raccontarla in base alle proprie necessità, figuriamoci com’era semplice farlo in un’epoca in cui le notizie si spargevano con il passaparola.

Ciononostante, la nuova religione si affermò. Prima con difficoltà – i primi cristiani venivano perseguitati e uccisi -, poi con progressiva facilità e dirompenza, grazie all’imperatore Costantino che nel 313 emanò il cosiddetto Editto di Milano, che concedeva a tutti gli abitanti dell’Impero Romano la piena libertà di religione. Questa libertà di culto però mise sullo stesso piano cristianesimo e paganesimo, e le due religioni finirono per modificarsi a vicenda e intrecciarsi, fondendosi.

Secondo il paganesimo in uso a Roma, l’imperatore era considerato un Dio e portava il titolo di “Pontifex Maximus”, primo sacerdote. Per questo motivo, Costantino ritené opportuno proclamare se stesso anche capo della religione cristiana, e nominò capi della chiesa anche alcuni suoi ufficiali che di religioso non avevano nulla. Come è facile vedere, religione e politica sono sempre andati a braccetto.

La parola “cattolico” deriva dal greco Καθολικός (katholikós), che significa “universale”. Inizialmente questa definizione veniva applicata all’intera cristianità, ma già pochi anni dopo l’Editto di Milano cominciò a sentirsi nell’aria una voglia di regolamentazione religiosa.

Nel 325 Costantino convocò e presiedé il Concilio di Nicea, nel corso del quale fu sì definito chiaramente il “credo” cristiano, ma cominciarono anche a essere accettate delle pratiche di cui non c’era alcuna traccia nei testi sacri originali, come ad esempio le preghiere per i morti, la venerazione di angeli e santi, l’uso di immagini e la celebrazione della messa quotidiana.
Nel 431 il Concilio di Efeso continuò su questa strada, dichiarando dottrina ufficiale la venerazione di Maria come “Madre di Dio”.
Nel 440 il vescovo di Roma, Leone, si autoproclamò successore di Pietro e Vescovo Universale, aprendo la strada a quella che in seguito sarebbe diventatà l’autorità papale.

Il successore di Leone, Gregorio I, ricevette dall’imperatore Focas il titolo di Papas (padre), ma lo rifiutò. Tuttavia il suo successore, Bonifacio III, lo accettò e divenne il primo di una lunga serie.
Sotto l’autorità papale del settimo secolo, alla chiesa vennero aggiunte molte nuove credenze: la dottrina del purgatorio, non nominata nelle scritture (593); l’uso obbligatorio del latino nelle preghiere (600); la composizione di preghiere a Maria, ai santi e agli angeli (600).

Queste idee, di fatto alquanto insolite, guadagnarono credibilità e vennero accettate poiché la Bibbia non era facilmente disponibile per le persone comuni, sia perché era ancora scritta nelle lingue originali (e pochi le conoscevano), sia perché erano fisicamente rare (la stampa sarebbe arrivata solo dopo svariati secoli).
La gente normale non aveva la più pallida di cosa dicesse davvero la Bibbia, che era un testo accessibile esclusivamente ad alcuni sacerdoti, addestrati a interpretarla così come faceva comodo alla gerarchia ecclesiastica.
Come se non bastasse, i papi iniziarono ad affermare l’autorità di parlare “ex cathedra”, per ispirazione divina: i loro proclami e decreti avevano autorità suprema e potevano sostanzialmente aannullare le Sacre Scritture, inventando anche di sana pianta qualsiasi pratica o dottrina.

Nei secoli successivi, la chiesa inglobò altre modifiche: il bacio rituale del piede del Papa (709); il potere politico garantito al papa (750); l’adorazione del crocifisso, delle immagini e delle reliquie (786); la benedizione da parte dei sacerdoti di acqua santa (850); l’adorazione di San Giuseppe (890); la fondazione di un collegio di cardinali per l’elezione dei Papi (927); il battesimo delle campane (965); la canonizzazione dei santi (995); i digiuni prescritti il venerdì e durante la quaresima (998).

Nel 1054 la situazione precipitò e vi fu una prima scissione all’interno della chiesa, per una questione relativamente banale. La chiesa orientale condannò la chiesa occidentale per l’uso del pane azimo nell’Eucaristia. Roma cercò di scomunicare il Patriarca di Costantinopoli, che a sua volta cercò di scomunicare Leone IX. Da allora, la chiesa occidentale (la cosiddetta Cattolica Romana) cominciò a svilupparsi separatamente dalla chiesa orientale (Greco-Ortodossa), ognuna con tradizioni diverse.

Questa separazione permise alla chiesa Romana di avere ancora più libertà nell’aggiunta di dottrine non presenti nella Bibbia.
Nel 1079, Gregorio VII emanò il decreto che sanciva il celibato dei sacerdoti, mentre Pietro l’Eremita inventò la tecnica del Rosario nel 1090. Tra le altre pratiche aggiunte alla chiesa Romana in questo periodo, vanno ricordate: l’Inquisizione dei sospetti eretici (1184); la vendita delle indulgenze (1190); la dottrina della transustanziazione (1215); la confessione dei peccati a un sacerdote piuttosto che a Dio (1215); l’adorazione dell’ostia (1220); la proibizione della Bibbia ai laici (1229); il manto scapolare (1251); la proibizione della condivisione della coppa della comunione con i laici (1414); la definizione del purgatorio come dogma inconfutabile (1439); la composizione dell’Ave Maria (1508).

Nel sedicesimo secolo, un monaco cattolico e professore di teologia, un certo Martin Luder – solitamente trascritto Martin Luther o Martin Lutero -, si convinse che la Bibbia era la sola e unica autorità in materia di istruzione spirituale cristiana, e decise di cercare di riformare la chiesa secondo il suo punto di vista, che rifiutava la teologia basata esclusivamente sulla tradizione in favore di un rapporto personale con Gesù attraverso la fede. Secondo Lutero, il perdono dei peccati da parte di Dio non è dovuto per le azioni, ma per la fede.
Nel 1520, Lutero scrisse un trattato intitolato “La libertà di un cristiano” e lo inviò a Leone X, in cui spiegava che se l’anima avesse bisogno di opere piuttosto che di fede, allora la fede passerebbe in secondo piano.

Il primo segno di una futura riforma si ebbe il 31 ottobre del 1517, giorno in cui Lutero avviò un dibattito sulla vendita delle indulgenze della chiesa. Scrisse le sue argomentazioni in 95 tesi che attaccò sulla porta nord della Chiesa del Castello di Wittenburg (è bene ricordare che in quell’epoca le porte delle chiese fungevano anche da bacheche cittadine). Le 95 tesi non furono scritte con l’intenzione di essere il manifesto di una riforma, poiché si trattava semplicemente di una proposta di discussione sugli errori nella storia della chiesa. L’idea, tuttavia, si diffuse in tutta Europa.
La vendita delle indulgenze era basata sulla paura della gente comune riguardo il purgatorio, un luogo in cui in teoria i corpi venivano fisicamente “purgati” dopo la morte per purificare le anime prima dell’ingresso in paradiso. Molte persone pagavano i sacerdoti per abbreviare questo periodo in purgatorio. Secondo Lutero, questa vendita non era affatto fondata né dalle scritture né dalla traduzione. Al contrario, metteva gli uomini al posto di Dio per l’assoluzione dei peccati.

Nel dicembre del 1517, l’arcivescovo di Mainz si lamentò con Roma a proposito di Lutero, che tuttavia – avendo trovato una opposizione – divenne ancora più determinato. Rifiutò di modificare la sua posizione, e scappò dalla città quando fu convocato a Roma. Nel luglio 1519, durante una discussione a Lipsia con John Eck (il suo avversario più convinto), Lutero ripudiò la supremazia papale e l’infallibilità dei concilî generali bruciando la bolla papale che lo minacciava di scomunica. Ciononostante, la scomunica arrivò nel 1520, e lui stesso fu dichiarato fuorilegge dall’imperatore Carlo V a Worms nel 1512. Per la sua sicurezza, Lutero fu portato al castello di Wartburg sotto la protezione di Federico di Sassonia. Lì, Lutero tradusse il Nuovo Testamento in tedesco, così che tutti potessero avere accesso alla Bibbia.

Nel 1522 tornòa a Wittenburg per cominciare la riforma del credo allontandola dalle rigide imposizioni di Roma. Nel corso dei 25 anni seguenti, Lutero pubblicò molti libri in tedesco, indirizzati alla gente comune in modo che fossero le persone normali a poter giudicare da sole le sue dottrine e le sue dispute con Roma. I suoi seguaci si moltiplicarono.
Nel 1529, alla dieta di Speyer, l’imperatore Carlo V tentò di soffocare il movimento di Lutero con la forza, ma alcuni principi dello stato tedesco protestarono. Fu per questo motivo che gli aderenti al movimento iniziarono a essere chiamati “protestanti”.
Ciò che intendeva essere una riforma del cattolicesimo dall’interno finì per diventare una riforma di scissione vera a propria.

Nel 1530, Lutero presentò il credo del nuovo movimento alla dieta di Asburgo, in un tentativo pacifico di spiegare i suoi punti di vista. Il risultato fu l’opposto: le divisioni tra cattolici e protestanti continuò ad allargarsi ulteriormente.
Cominciarono ad emergere nuove chiese definite evangeliche o prostestanti, e si formarono tre sotto-gruppi: i luterani (Germania e Scandinavia), i calvinisti/zwingliani (Svizzera, Francia, Olanda e Scozia) e la chiesa d’Inghilterra.


La repubblica delle cambiali

10 Gennaio 2006

L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro sulle cambiali.

Mi è venuto in mente qualche settimana fa, quando sono andato in banca a ritirare un buono fruttifero postale a termine dopo undici anni di stagionatura. Per chi non lo sapesse, un tempo si poteva depositare una certa somma presso un ufficio postale e ottenere in cambio un “buono fruttifero”. Ciò faceva sì che dopo dieci anni la somma veniva raddoppiata, e dopo un ulteriore anno triplicava.

Prima che a qualcuno venga voglia di riempirsi di pezzi di carta grandi come lenzuoli nella speranza di ritrasformarli, tra un undici anni, in denaro sonante, sappiate che da qualche anno le Poste non permettono più di aprirli (almeno i buoni a termine, quelli di cui sto parlando).

Bloccare dei soldi per così tanto tempo, inoltre, non è proprio un’idea meravigliosa, e posso portare un esempio reale per spiegarne il motivo.
Il 13 dicembre 1994 i miei nonni aprirono un buono fruttifero postale con 500.000 lire (cinquecentomila). Nel 1994 era una sommetta niente male.
Il 14 dicembre 2005 sono andato a cambiare il suddetto buono fruttifero postale, che era diventato di 1.500.000 lire (un milione e cinquecentomila), pari a 774,68 euro (settecentosettantaquattro/68), da cui bisogna detrarre una mostrosità di tasse (il 12.50%) che ne portano il valore a 710,13 euro (settecentodieci/13).
Ora, io non dico che siano pochi soldi. Ma 710 euro oggi hanno un valore effettivo di poco più elevato di 500.000 lire undici anni fa. Non è una questione di cambio lira/euro – personalmente non sono contro l’euro -, quanto un problema di inflazione.

I buoni fruttiferi postali a termine sono, a mio avviso, una presa in giro.
Tu versi alle poste (e quindi allo Stato, perché erano e sono ancora pubbliche, almeno in parte) una somma X, con la promessa di non rivolerla indietro prima di dieci o undici anni. Lo Stato ti assicura che tra dieci anni ti rimborsa una somma X*2, e se aspetti un ulteriore anno ti rimborsa X*3.

Su un Topolino molto vecchio, degli anni ‘80 forse, c’è proprio una storia in cui Paperino, quale esperto in materia debiti, suggerisce una soluzione al Comune di Paperopoli per risolvere l’indebitamento municipale. Il nostro eroe consiglia al sindaco di istituire dei BOP, Buoni Ordinari Paperopolesi, che funzionano né più né meno che come i buoni fruttiferi postali: versi X, e dopo qualche anno ottieni X*2.
I paperopolesi si riempiono di BOP e il Comune finalmente ha del denaro liquido per realizzare le opere necessarie alla città, ma quando i buoni cominciano a scadere ci si rende conto che i soldi sono finiti e non si possono rimborsare. E cosa consiglia Paperino? Di rimborsarli con ulteriori BOP. I paperopolesi accettano, e le banche – per recuperare qualche cliente – cominciano a offrire tassi d’interesse altissimi ai propri correntisti, e il Comune – per evitare di perdere i ‘clienti’ – fa lo stesso con i BOP.
Alla fine, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è il tracollo. Per fortuna è un fumetto e Paperone si accolla le spese, chiedendo in cambio che i cittadini tengano più a cuore la propria città.

Nella realtà non è così.
Ma tanto i buoni fruttiferi a termine non si possono più creare, e anche se si potesse, sarebbero per lo più inutili: quando finalmente crescono, i soldi sono stati rosicchiati dall’inflazione.
Del resto, fondare una nazione sulle cambiali non è una buona idea…