Eurovision Song Contest

29 Aprile 2006

Vorrei capire una cosa. Quando ero piccolo ricordo che c’era una cosa chiamata Eurovision, una specie di festival di Sanremo ma a livello europeo, e cercando ho trovato che addirittura un anno, il 1990, l’ha vinto Toto Cutugno. L’Italia però non partecipa più da anni, tantevvero che sul sito la lista passa sempre da Israele a Lettonia (Latvia). A parte il fatto che mi sfugge la collocazione – puramente geografica, sia chiaro – di Israele in un contesto europeo, non capisco perché l’Italia non ci sia mai.
Secondo Wikipedia, la maggior parte dei vincitori viene dimenticata dopo la vittoria, e la canzone vincente diventa famosa soltanto nella nazione di origine, a parte eccezioni notevoli come gli ABBA e Céline Dion (che fra l’altro è canadese). Ad esempio, la vincitrice del 2004, Ruslana (Руслана Степанівна Лижичко), ucraina, ha avuto poco successo a parte appunto l’Ucraina e il Belgio (e la mia camera). Tutto ciò anche se la canzone che vince è cantata in inglese.
Per questo motivo, il Regno Unito considera l’Eurovision Song Contest un varietà, mentre l’Italia se n’è tirata fuori del tutto dal 1997.
Insomma, soliti motivi commerciali: non ci si guadagna molto e non vale la pena.
Il mio punto di vista probabilmente è molto semplicistico, ma io non credo che in fin dei conti costi molto mandare UN cantante a rappresentare l’Italia. In Spagna ci va chi vince Operación Triunfo, noi ci dobbiamo sorbire Amici di Mario^Ha De Filippi, almeno che facessero qualcosa.
Non è questione di nazionalismo perché il nazionalismo è la cosa più distante da me che possa esserci, al contrario: trovo l’idea di una manifestazione del genere molto interessante dal punto di vista culturale.
Sarò utopista, ma se cominciassimo ad ascoltare tutti musica diversa dalla nostra forse ci capiremmo meglio…


Informazioni di servizio

10 Aprile 2006

Vi comunico la nascita del mio fotoblog, Zeropixel.it (slogan: “Il mondo a bassa risoluzione”), con tanto di feed RSS per chi ne vuole approfittare.
Colgo l’occasione per far notare anche che il mio portfolio fotografico, Nicolucci.net, è da qualche giorno raggiungibile anche attraverso Nicolucci.Eu.


Religione di stato?

9 Aprile 2006

I “neo-pagani”, come li chiama un articolo di Wikipedia citato da Raphaelle nel suo blog, sono molto molto diffusi in tutto il mondo, non solo in Inghilterra e anche in Italia. La differenza fondamentale sta nel fatto che nei Paesi di tradizione cristiana (e soprattutto cattolica) vige una sorta di ipocrisia generalizzata, per la quale molte persone continuano a professarsi cristiane/cattoliche pur non applicando quelli che sarebbero gli insegnamenti del cristianesimo e del cattolicesimo, ed essendo “neo-pagane”, atee, agnostiche o quant’altro.

È “solo”, per così dire, una questione di società.

Basti pensare al polverone sollevato da un cittadino italiano, Adel Smith, che per i suoi modi di fare non proprio rilassati e per il fatto che porta un nome arabo ed è presidente dell’Unione dei Musulmani d’Italia (o qualcosa del genere, non ricordo il nome esatto dell’associazione), che ha chiesto semplicemente di applicare uno degli articoli della Costituzione riguardo la libertà di culto.

Non ci sono religioni di stato, ognuno dovrebbe poter essere libero di attaccare una stella di David vicino a un crocifisso in un ufficio pubblico, o un Buddha o una stella a cinque punte o una rappresentazione di Vishnu.
O, molto più semplicemente, si dovrebbero togliere tutti i simboli religiosi, e ognuno dovrebbe portare il suo nell’anima, piuttosto che su un muro.

Come faccio io con il mio pentacolo d’argento al collo.


Si è congelato l’inferno

7 Aprile 2006

Nel giugno del 2003 Steve Jobs presentava al mondo il primo frutto dell’alleanza di Apple con IBM, la stessa IBM che poco meno di vent’anni prima veniva rappresentata come il Grande Fratello orwelliano nello storico spot dedicato al primo Macintosh. Si trattava del PowerMac G5, con un case completamente rinnovato (che segnava l’inizio del passaggio al “metallico” della casa di Cupertino), con frequenze di clock che partivano da 1.6 GHz; il modello di punta aveva un cuore con due processori da 2 GHz.
L’ottimista Steve promise G5 da 3 GHz nel giro di un anno, ma nel giugno 2004 le macchine erano arrivate soltanto a 2.5 GHz (guadagnando però un fantascientifico sistema di raffreddamento a liquido); nell’aprile del 2005 si arrivò a 2.7 GHz.

Stufi di fare brutte figure per colpa di IBM, che evidentemente non aveva molto interesse in processori del genere, i ragazzi della Mela mordicchiata presero una decisione che gli evangelisti Mac anglofoni commentarono subito con “hell froze over”, si è congelato l’inferno. Apple aveva davvero deciso di usare processori del grande nemico, Intel, e OS X aveva avuto una doppia vita per cinque anni. steve annunciò anche che i nuovi Mac con processori Intel sarebbero arrivati a giugno 2006.
A gennaio di quest’anno, però, l’annuncio: gli iMac sono già pronti, sull’erede del PowerBook (MacBook Pro) ci stiamo lavorando.

Ora, ad aprile, le macchine basate su CPU Intel sono già tre: iMac, MacBook Pro e Mac mini. L’erede dell’iBook (MacBook?) è atteso nel giro di pochi mesi, così come l’erede del PowerMac.
Da qualche settimana si è inoltre conclusa una gara, con un premio di oltre $12000, per il primo che fosse riuscito a installare Windows XP sui nuovi Mac. Cosa non impossibile, ma un po’ complicata perché XP richiede il vecchio BIOS, mentre i Mac montano soltanto EFI.

Ebbene, l’altroieri Apple ha spiazzato tutti offrendo una propria soluzione per installare XP, con tanto di boot loader multiplo e di driver video, audio e quant’altro per Windows. L’inferno si è congelato di nuovo.
Cosa significa tutto ciò? Già è stata dura accettare che nelle nostre, bellissime macchine batta un cuore Intel, adesso Apple addirittura semplifica l’installazione dello sporco XP sui casti e vergini Mac. Che succede? All’inferno si sono stufati del caldo?

Apple sta scrivendo una nuova pagina della sua storia, rischiosa come le altre che l’hanno contraddistinta negli ultimi dieci anni e che le hanno portato fortuna.
Quando Apple, coi primi iMac, eliminò ogni altro tipo di porta in favore delle sole USB, fu definita una scelta assurda; adesso USB è lo standard. Quando Apple presentò AirPort, le reti wireless erano ancora fantascienza per l’utente medio. Oggi basta farsi un giro in una città qualsiasi con iStumbler acceso e si trovano decine di reti a onde radio. Quando Apple presentò l’iPod, alcuni analisti la diedero per spacciata; oggi l’iPod è uno status symbol e l’iTunes Music Store e il negozio di musica online che vende più di tutti gli altri messi insieme.

Adesso Apple sta preparando l’offensiva nei confronti del mondo PC. È stufa di avere il 5% (o il 10%, non si sa) del parco macchine mondiale, vuole aggredire il mercato. E permettendo agli utenti di installare XP su un Mac, riuscirà a diffondersi.
Chi deve cambiare computer ed è tentato dal mondo Mac ma non è sicuro di come ci si troverà, avrà la tranquillità che potrà installarci XP. Certo, noi appassionati della Mela riteniamo sprecato un Mac per farci girare Windows, ma tornare a OS X sarebbe questione di un riavvio premendo option.
E tutti quelli che, per necessità di lavoro, devono usare Windows? Mi viene in mente chi ha bisogno di usare AutoCAD: ora può avere una sola macchina.

Lo so cosa sta pensando chi ha la Mela nel cuore: che sto tralasciando le brutte conseguenze di questo scenario. E invece le dico, perché anche l’avvocato del diavolo deve pensare agli affari suoi.
L’aumento della diffusione dei Mac grazie alla possibilità di installare XP può portare OS X al tracollo, per esempio. Quanti piccoli sviluppatori smetteranno di rilasciare versioni per Mac visto che “chi vuole usare il mio programma può installarsi Windows”? Quanti giochi verranno ancora rilasciati per OS X? Già ora lo sviluppo di molti programmi per Mac viene abbandonato o ritardato in favore delle versioni per Windows, come ho già descritto in quest’articolo
E se invece si arrivasse a un incremento della diffusione di OS X? Che cosa potrebbe succedere, cioè, se tutti quelli che comprano un Mac per installarci XP si trovassero stregati da OS X e lo usassero come sistema principale? Potrebbe cominciare a esserci tutta quella pletora di virus, spyware, trojan e altro malware che affligge il mondo Windows? Sì e no: sì, perché noi utenti Mac siamo un po’ ingenui sotto questo punto di vista e diamo per scontato che non sia possibile (eppure sotto OS X è veramente banale camuffare un eseguibile con l’icona di un MP3, per esempio); no, perché OS X ha uno scheletro che viene dal duro mondo Unix, quindi è molto più difficile distruggere un intero sistema con la stessa leggerezza con cui è possibile sotto OS X. Più difficile, ma decisamente non impossibile.

E se, invece, Apple stesse tastando il terreno per quella che sarebbe la definitiva glaciazione degli inferi? Avete capito a cosa sto alludendo?

Ve ne parlo la prossima volta.


Il santo patrono delle piazze

6 Aprile 2006

PrimaDaNoi.it riporta in questo articolo che l’arcivescovo di Chieti-Vasto ha chiesto al sindaco di Chieti l’autorizzazione per cambiare nome a Piazza Vittorio Emanuele II, a cui i teatini si riferiscono sempre come Piazza San Giustino.
Il punto di vista del vescovo è comprensibile (ognuno tira l’acqua al suo mulino), ma mi stupiscono le parole di Tiziano Viani, consigliere della Margherita:

«Noi teatini, praticamente da sempre, siamo soliti indicare la piazza “grande” , quella posta ai piedi della Cattedrale, con il nome del Santo Patrono della Città di Chieti, San Giustino. La ragione di questo fatto è da ricercare nel grande rispetto che la gente di Chieti riconosce alla figura del Santo e, soprattutto, per la forte identità verso quei valori che affondano le proprie radici nell’antichissima tradizione cristiana del popolo teatino. Sono, pertanto, pienamente d’accordo con la richiesta avanzata dal Vescovo di Chieti ed in qualità di Consigliere Comunale farò quanto possibile affinché l’Assise Civica possa recepire e, quindi, licenziare in tempi rapidi, detta richiesta intitolando la piazza più importante della Città al primo vescovo di Chieti San Giustino».

Ammetto di non sapere come funzionano queste cose in un comune (so soltanto che un comune, per pagare un lavoro commissionato a un’agenzia, ci mette una vita — lo so perché sto aspettando un pagamento da un piccolo comune, ma vabbè), ma il fatto che un consigliere comunale sia d’accordo con una richiesta di un vescovo non dovrebbe significare che tale richiesta debba essere “licenziata in tempi rapidi”. Dubito che il sindaco prenda in considerazione una mia richiesta simile… però, per dire, vorrei che lo spiazzo davanti casa mia venga chiamato “Piazzale sanatorio” perché l’ospedale San Camillo nacque come lazzaretto, e certamente anche curare i lebbrosi rappresenta bene la tradizione di ospitalità e di supporto dei teatini.

Ok, era un’esagerazione, lo ammetto.
Ma per quale motivo la piazza principale della città dovrebbe venire intitolata al santo patrono? Perché si parte dal presupposto che siano tutti cristiani e cattolici? Già la toponomastica di Chieti pullula di santi, basti pensare al fatto che quasi tutti i quartieri vengono identificati con riferimenti cristiani: santa Barbara, santa Filomena, santa Maria, Madonna degli angeli, Madonna delle piane, piano sant’Angelo, sant’Anna, porta sant’Anna, Madonna della vittoria, la Trinità… c’è persino via Paradiso. E non mi si venga a dire che tutto questo ha a che fare con il profondo cristianesimo dei teatini, perché non ci crede nessuno. Semplicemente, ci sono chiese dovunque e i luoghi hanno preso, informalmente, il nome da quelle.

Piazza Vittorio Emanuele, o piazza san Giustino se preferite, non fa eccezione. C’è la cattedrale dedicata a san Giustino, e non solo la piazza – ma anche l’intera zona circostante – viene identificata con quel nome. Se chiedete a qualcuno dov’è la biglietteria dell’Arpa vi sentirete rispondere che è “dietro a san Giustino”, anche se la chiesa sta dall’altro lato. Già questo dovrebbe essere indicativo del fatto che l’associazione chiesa-luogo è più una tradizione informale che un riferimento religioso.

Peraltro, piazza Vittorio Emanuele è anche sede del palazzo comunale. Mi piace credere ancora che siamo in un Paese laico e libero dai tentacoli di qualsivoglia religione – inclusa la santa romana chiesa cattolica -, e preferirei che il nome della piazza principale della mia città faccia riferimento alla storia della nazione (che è indiscutibile), piuttosto che alla storia di una religione (che non è né ufficiale né condivisa da tutti).

E poi, scusate: la città è di tutti. Non dico organizzare un referendum, ma almeno sapere che ne pensa la gente aiuterebbe. Sarebbe sufficiente delegare un sondaggio a un quotidiano locale.

Ma evidentemente ognuno ha i suoi interessi…


L’ICI? Già tolta! Ma solo per gli immobili intestati a dio

4 Aprile 2006

Nel giorno in cui chi voterà il centro-sinistra è dichiarato coglione da Berlusconi (lo stesso Berlusconi, lo dico a scanso di equivoci e possibili omonimie, che fece processare un contestatore che gli diede del “buffone”, persino le critiche sulla fantomatica abolizione dell’ICI sono passate in secondo piano.
Pochissimi però si sono resi conto che in fin dei conti una balla poi non è. No, non sono diventato berlusconiano, sono sempre un coglione, ma pensateci: la (Santa?) Chiesa Cattolica Romana già non la paga più, grazie a una leggina contenuta nella finanziaria 2005 che noi poveri italiani di corta memoria abbiamo già dimenticato. Tanto per rinfrescarci la memoria, possiamo leggere qui, qui, qui e qui.

Del resto, in una nazione dove nella nelle scuole non bastano i soldi (quando io facevo il quinto superiore, nel 2003, i professori dovevano pagare di tasca loro le fotocopie e farle in una copisteria esterna visto che semplicemente i fondi scolastici non bastavano per le necessità didattiche di 1500 ragazzi; immagino che le cose siano solo peggiorate ora) e in cui gli infermieri sono costretti a turni allucinanti perché non c’è personale (con tutte le inevitabili conseguenze che ciò può portare sul servizio, e parliamo della vita della gente), mica ci scandalizziamo perché una religione – che non è una religione di Stato, ricordiamocelo – non paga le tasse sui suoi innumerevoli immobili, ci mancherebbe! Finché lo stato ci passa il contributo statale per il decoder del digitale terrestre così ci possiamo vedere il Grande Fratello siamo tutti allegri e felici…