Premessa. Questo è un post che cerca di unire filosofia e logica, soprattutto logica. Non si riesce a capire se si parte con pregiudizi del tipo “la vita è un dono di dio” (minuscola intenzionale). Fine della premessa.
La morte è una cosa che dimostra quanto, come esseri umani, siamo egoisti. Ci pensavo ieri sera sotto la doccia.
Quando muore una persona cara piangiamo, è naturale, istintivo, normale, ovvio: ma ci siamo mai chiesti perché lo facciamo?
Proviamo dolore perché questa persona non può più fare ciò che voleva fare? No, non è per questo, perché si piange anche quando muore un bisnonno ultracentenaria, anche se, nel caso di persone giovani, inevitabilmente si dicono cose come “voleva diventare archeologa” o “sognava di trasferirsi in Australia”.
Fra l’altro, quando una persona muore non può, per definizione, sentire la mancanza della vita, o provare dispiacere perché non può realizzare i suoi progetti. Quando il cuore smette di battere per sempre e il corpo diventa freddo, si cessa di esistere, tutto qui. Non si può sentire la mancanza di qualcosa se non si possono più provare emozioni.
Qui entra in ballo la logica fredda del mio ragionamento, che — ne sono cosciente — potrebbe farmi apparire come un insensibile. Chi mi conosce sa che non lo sono, chi non mi conosce può pensare ciò che vuole.
Qui entra in ballo la logica fredda del mio ragionamento, dicevo: se una persona non può provare emozioni, allora non può sentire la mancanza di alcunché, e non può neppure soffrirne. Del resto, la sofferenza è essa stessa la più forte delle emozioni (l’amore? è un sinonimo di sofferenza).
No, non piangiamo perché soffriamo per la persona che è morta. Piangiamo perché soffriamo per noi stessi, per il vuoto che quella persona, andandosene, lascia in noi. Piangiamo per noi stessi. Piangiamo per l’impossibilità di soddisfare quel bisogno — naturale anch’esso, sia chiaro — di ricevere stimoli costanti da parte delle persone a cui siamo affezionati. E questo, se ci pensiamo bene, è egoistico: piangiamo perché hanno tolto qualcosa a noi, non perché hanno tolto noi da qualcun altro, che, come detto, la nostra mancanza non la può sentire.
Tutto questo a volte assume una connotazione, se vogliamo, psicologicamente e sociologicamente interessante, quando a piangere è un credente di una religione o di una dottrina che professa una qualche forma di ritorno alla vita (la reincarnazione, la resurrezione cristiana, e così via).
Se il morto tornerà in vita, se ciò che è morto è solo il corpo mentre lo spirito è rimasto intatto, allora perché si piange? Lo spirito del defunto sarà, secondo queste tradizioni, ancora con noi, mentre al tempo stesso potrà tornare in vita o, in alternativa, raggiungere la divinità.
A New Orleans (Louisiana, USA) i funerali seguono spesso una tradizione particolare: una banda accompagna il defunto in chiesa suonando inni o altre musiche gravi e sobrie; dopo la sepoltura, però, la musica diventa più vivace — non a caso si chiamano “funerali jazz” –, pur restando molto spesso nell’ambito di composizioni con testi religiosi. Lo scopo è quello di celebrare la vita del defunto stesso, e di trovare conforto nel fatto che il suo spirito ha raggiunto la libertà dal dolore.
Quello che ho scritto, l’ho già detto, ha ragione di esistere se si considera il tutto in maniera molto logica. Il pianto, alla perdita di una persona cara, è istintivo. Ma purtroppo, o forse per fortuna, ho questo vizio di provare, almeno a parole, a razionalizzare tutto. Per cercare di capire il mondo.
Pubblicato da Jollino
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