La morte e il pianto

25 Maggio 2006

Premessa. Questo è un post che cerca di unire filosofia e logica, soprattutto logica. Non si riesce a capire se si parte con pregiudizi del tipo “la vita è un dono di dio” (minuscola intenzionale). Fine della premessa.

La morte è una cosa che dimostra quanto, come esseri umani, siamo egoisti. Ci pensavo ieri sera sotto la doccia.

Quando muore una persona cara piangiamo, è naturale, istintivo, normale, ovvio: ma ci siamo mai chiesti perché lo facciamo?
Proviamo dolore perché questa persona non può più fare ciò che voleva fare? No, non è per questo, perché si piange anche quando muore un bisnonno ultracentenaria, anche se, nel caso di persone giovani, inevitabilmente si dicono cose come “voleva diventare archeologa” o “sognava di trasferirsi in Australia”.
Fra l’altro, quando una persona muore non può, per definizione, sentire la mancanza della vita, o provare dispiacere perché non può realizzare i suoi progetti. Quando il cuore smette di battere per sempre e il corpo diventa freddo, si cessa di esistere, tutto qui. Non si può sentire la mancanza di qualcosa se non si possono più provare emozioni.
Qui entra in ballo la logica fredda del mio ragionamento, che — ne sono cosciente — potrebbe farmi apparire come un insensibile. Chi mi conosce sa che non lo sono, chi non mi conosce può pensare ciò che vuole.
Qui entra in ballo la logica fredda del mio ragionamento, dicevo: se una persona non può provare emozioni, allora non può sentire la mancanza di alcunché, e non può neppure soffrirne. Del resto, la sofferenza è essa stessa la più forte delle emozioni (l’amore? è un sinonimo di sofferenza).

No, non piangiamo perché soffriamo per la persona che è morta. Piangiamo perché soffriamo per noi stessi, per il vuoto che quella persona, andandosene, lascia in noi. Piangiamo per noi stessi. Piangiamo per l’impossibilità di soddisfare quel bisogno — naturale anch’esso, sia chiaro — di ricevere stimoli costanti da parte delle persone a cui siamo affezionati. E questo, se ci pensiamo bene, è egoistico: piangiamo perché hanno tolto qualcosa a noi, non perché hanno tolto noi da qualcun altro, che, come detto, la nostra mancanza non la può sentire.

Tutto questo a volte assume una connotazione, se vogliamo, psicologicamente e sociologicamente interessante, quando a piangere è un credente di una religione o di una dottrina che professa una qualche forma di ritorno alla vita (la reincarnazione, la resurrezione cristiana, e così via).
Se il morto tornerà in vita, se ciò che è morto è solo il corpo mentre lo spirito è rimasto intatto, allora perché si piange? Lo spirito del defunto sarà, secondo queste tradizioni, ancora con noi, mentre al tempo stesso potrà tornare in vita o, in alternativa, raggiungere la divinità.

A New Orleans (Louisiana, USA) i funerali seguono spesso una tradizione particolare: una banda accompagna il defunto in chiesa suonando inni o altre musiche gravi e sobrie; dopo la sepoltura, però, la musica diventa più vivace — non a caso si chiamano “funerali jazz” –, pur restando molto spesso nell’ambito di composizioni con testi religiosi. Lo scopo è quello di celebrare la vita del defunto stesso, e di trovare conforto nel fatto che il suo spirito ha raggiunto la libertà dal dolore.

Quello che ho scritto, l’ho già detto, ha ragione di esistere se si considera il tutto in maniera molto logica. Il pianto, alla perdita di una persona cara, è istintivo. Ma purtroppo, o forse per fortuna, ho questo vizio di provare, almeno a parole, a razionalizzare tutto. Per cercare di capire il mondo.


Decreti prioritari

22 Maggio 2006

Questo non è solo subdolo, è peggio.
Il signor Landolfi, ex ministro della comunicazione, un tale che milita in un partito nato dalle ceneri del fascismo (pare si chiami Alleanza Nazionale), ha firmato un decreto che di fatto sancisce l’eliminazione della Posta Ordinaria, quella da 45 centesimi e tre giorni per la consegna, lasciando esclusivamente la Posta Ordinaria, da 60 centesimi e un giorno per la consegna, almeno in teoria.
Dove sta la cattiveria? Nel fatto che il decreto è stato firmato dopo le elezioni, quando il suddetto ometto ormai sapeva nessuno ci faceva caso e che per l’opinione comune la colpa sarebbe stata del suo successore.
È come quando i wrestler aspettano che si giri l’arbitro per tirare una sedia addosso agli avversari, né più né meno.

La giustificazione è che “tanto non fa molta differenza per le famiglie italiane”, visto che di lettere se ne mandano poche dato che ormai gli sms e le e-mail imperano. Certo, però considerato che si spediscono circa 150 milioni di buste all’anno (di cui 80 milioni per via ordinaria), l’introito cresce forzatamente di di 12 milioni di euro.

Ovviamente le tariffe di quei servizi commerciali odiosi tipo il PostaTarget (l’equivalente cartaceo dello spam) restano uguali, non sia mai che se ne disincentivi l’uso. E non sia mai che si migliori la qualità dei servizi per gli utenti finali, ci mancherebbe. Le Poste sono troppo occupate a far finta di essere una banca e a vendere televisori e condizionatori…

Complimenti per gli aumenti degli ultimi anni (vogliamo parlare del fatto che il Pacco ordinario è salito da 5.16 euro a 7 euro, il Paccocelere3 da 7 a 8 euro e il Paccocelere1 da 12 a 13 euro?) ma soprattutto vivissimi complimenti all’onestà e alla trasparenza di questo tale signor Landolfi, uno che le cose le fa veramente alla luce del sole.


Come cambiano i prezzi in 10 anni

12 Maggio 2006

Mettendo a posto dei cassetti, ho ritrovato un giornalino di Vobis risalente al dicembre 1996. Ho effettuato la scansione di alcune pagine. Mi ha fatto sorridere quanto fossero costosi degli aggeggi che ormai ti buttano dietro: un monitor 17″ costava 899.000 lire (464 euro), oggi si trova a meno di 100 euro; un mouse seriale costava 36.000 lire (18.60 euro), oggi costa 3 o 4 euro; un cordless 299.000 lire (154 euro), oggi 20 euro sono sufficienti; un portatile con Pentium 120 MHz, 8 MB (otto mega!) di ram, schermo passivo da 10″ e disco da 810 MB a 3.450.000 lire (1.782 euro), oggi invece…

Certo, la tecnologia si evolve in fretta e dieci anni per i computer sono equivalenti a svariate ere geologiche, ma continuo a trovarlo impressionante…


Amicizia

8 Maggio 2006

Alla fermata dell’autobus ho parlato con una ragazza che abita da qualche parte vicino a casa mia, è una studentessa fuori sede. So che studia fisioterapia e che le zanzare non la prendono di mira. L’ha detto lei. Le interessa la cultura. L’ho capito io, quando mi ha chiesto che roba è il Maggio Teatino e quando le ho parlato della Settimana Mozartiana.
Tornando a piedi ho fatto il giro lungo e sono andato a prendermi due pezzi di pizza alla Ragnatela. Sono passato lungo via Papa Giovanni e sono risalito per quella stradina che dà su Via Sciucchi. Pensavo al fatto che se non mi faccio sentire io non si fa sentire nessuno dei miei “amici”.
Proprio davanti a Via Sciucchi ho incrociato Domenico in macchina insieme a un suo amico. Ho letteralmente rischiato di farmi investire attraversando la strada, e ho parlato un po’ con lui. Mi ha chiesto se avessi preso il pianoforte che eravamo andati a vedere insieme all’inizio di dicembre. Mi ha chiesto quando torniamo a Di Leonardo. Gli ho ricordato che dobbiamo anche andare a scattare foto insieme da circa tre anni. Gli ho detto che la macchina fotografica posso prestargliela io, a casa mia se c’è una cosa che non manca è l’attrezzatura fotografica.
Scendendo a casa ho pensato alla mia classe. Dovevamo riunirci almeno una volta all’anno e restare in contatto. Non ci sentiamo già più. All’unica vera cena che è stata fatta, appena un anno dopo il diploma, già mancavano dei pezzi.
C’è chi lavora, chi studia fuori, chi si è trasferito per altri motivi. C’è anche chi ha avuto un figlio.
Gli imprevisti rendono difficile restare in contatto. Ma forse di restare in contatto manca la volontà.
È fastidioso, però, che ci si senta solo quando serve qualcosa. Lo faccio anche io, ormai, perché non ricevo feedback quando cerco qualcuno “tanto per”. E allora chiamo Tizio perché sto facendo un ordine di dvd vuoti dalla Germania e magari possiamo dividere la spedizione. O mando un messaggio a Caio perché vorrei un parere su qualcosa. E Sempronio mi chiama quando ha un problema con il computer, o cose così.
Succede con tutti, comunque, non solo con gli ex compagni di scuola. Succede anche con persone che hai conosciuto altrove.
Ma è fastidioso. È molto fastidioso. Io cerco le persone per un po’, poi mi stufo perché non ne vale la pena.
Perché devo essere sempre io quello che cerca di tenere in vita un rapporto d’amicizia? Sono disposto a fare il primo passo, ma se tu non mi vieni incontro io smetto di interessarmi. È inutile. È uno spreco di energie.
Se siamo amici, perdio, dimostramelo. Fatti sentire ogni tanto. Mandami un messaggio e dimmi “tordo, che stai a fa’?”. Fammi un colpo di telefono e dimmi “vogliamo anda’ a megalò oggi?”. O sfogati se qualcosa non va, io t’ascolto.
Ma teniamo in vita l’amicizia, che è come un fiore che va innaffiato giorno per giorno. Se ti dimentichi di bagnarlo lo fai seccare. E se poi cerchi di recuperare lo anneghi.